Giappone Basket Femminile festeggiano la medaglia d'argento a Tokyo 2020
Moeko Nagaoka e Maki Takada mostrano la medaglia d'argento vinta a Tokyo 2020 (FIBA)

Giappone Femminile – Un argento che vale oro

Dopo uno straordinario cammino durato tutti i giochi di Tokyo 2020, le nipponiche devono inchinarsi allo strapotere della nazionale statunitense. È la prima storica medaglia d'argento per il Giappone della pallacanestro

Arigato Akatsuki Five

Le favole è bello raccontarle quanto viverle, non hanno una morale ma lasciano più di un semplice ricordo. E in questo caso, siamo di fronte ad uno dei racconti più belli che la palla a spicchi ha saputo raccontarci negli ultimi anni. Alle Olimpiadi, la nazionale femminile del Giappone ha perso la finale valida per l’oro contro una potenza irraggiungibile come Team USA, la cui storia è conosciuta anche dai non cultori della disciplina. Questa però non è una sconfitta, ma l’inizio di una nuova era e la prova di quanto il gioco sia in continua evoluzione, soprattutto quello tinto di rosa ricco di campionesse e di storie esaltanti.

Arigato Gozaimasu etimologicamente significa “è difficile avere ciò, per cui ne sono grato”.

Viste le premesse, i ranking stilati prima dell’Olimpiade e i valori in campo, era letteralmente impossibile ottenere un risultato che oggi può serenamente definirsi un miracolo sportivo. Qui non sono le composte giapponesi a ringraziare, siamo noi a doverci congratulare e a dire grazie per quello che ci hanno mostrato. Non importa se lo facciamo alzandoci in piedi come si fa al palazzetto, se inchinandoci come prevede la tradizione orientale o se festeggiando smodatamente, è importante solo che vengano celebrate le Akatsuki Five (il soprannome dato alle giocatrici, letteralmente le “Cinque dell’Alba” o le “Cinque del Sol Levante”) e la loro voglia di sbocciare come un fiore di ciliegio.

Le Akatsuki Five festeggiano la vittoria dopo la semifinale a Tokyo 2020
Celebrazione della nazionale giapponese di pallacanestro femminile dopo aver conquistato la finale alle Olimpiadi di Tokyo 2020 (FIBA)

La strada verso Tokyo 2020

Grazie alla regola per cui la Nazione che ospita la manifestazione è già qualificata di diritto all’olimpiade, il Giappone non ha dovuto fronteggiare gare ad eliminazione per farne parte, ma per rodare il gruppo la selezione nipponica ha partecipato al torneo di Ostenda (Belgio) svoltosi poco prima che la pandemia rovinasse l’idillio. Dal 6 al 9 Febbraio 2020 le Akatsuki Five sono state ospiti della città situata nella provincia delle Fiandre Occidentali raccogliendo però un misero terzo posto che tecnicamente le avrebbe escluse dai giochi olimpici. Nonostante una partenza convincente contro la Svezia e la miglior media punti segnati dell’intera competizione (75.7), le ragazze allenate da Tom Hovasse hanno dovuto prima piegarsi di fronte al Belgio col punteggio di 92-84 e poi al Canada con uno scarto di soli due punti nella sconfitta per 70-68. Le sensazioni al termine della tre giorni fiamminga non avevano lasciato le giapponesi sicure di quello che sarebbe accaduto pochi mesi più avanti (diventati in seguito un anno e mezzo a causa proprio del Covid-19).

L’interruzione totale dei giochi a cinque cerchi ha scombussolato i piani delle giocatrici convinte comunque di poter dire la loro, forti della presenza del pubblico di casa che le avrebbe spinte anche contro avversarie più quotate. Con Tokyo 2020 posticipato all’anno successivo, i dubbi assalgono l’intero staff che aveva lavorato per costruire un gruppo solido in vista dell’evento e gli addetti ai lavori, per nulla certi di ritrovare le stesse ragazze e le stesse motivazioni.

Detto, fatto.

Il 19 Dicembre 2020, la stella Ramu Tokashiki, leader della Women Japanese Basketball League e di conseguenza della selezione nipponica, si infortuna. Il referto dice rottura del crociato anteriore del ginocchio destro. I tempi di recupero sono lunghi e le olimpiadi per la due volte MVP della WJBL sono solo un miraggio.

Tornerò, non ho nessuna intenzione di saltare i giochi in casa mia. Mi vedrete più forte di prima.

Le parole di Ramu Tokashiki pochi giorni dopo l’infortunio

La classe 1991 stringe i denti, torna ad allenarsi sul parquet, prova i movimenti e continua a sperare nel pieno recupero in vista dei giochi estivi, ma quello è un infortunio su cui non si scherza perché può precluderti il resto della carriera. Con le lacrime agli occhi sue e delle compagne, Tokashiki deve dimenticarsi di vestire la divisa della nazionale ed è costretta a dare forfait.

Il Giappone privato della sua miglior giocatrice deve fare i conti con un possibile fallimento nella spedizione olimpica. La FIBA le posiziona all’8° posto, davanti al Canada e a tre delle nazionali meno quotate dell’intero torneo: Nigeria, Corea del Sud e Porto Rico. Il girone con la già citata nazionale africana, la Francia vice campione d’Europa e gli Stati Uniti è un ostacolo insormontabile. Il regolamento del torneo prevede che due delle migliori terze passino il turno, perciò sarà questa l’unica speranza a cui aggrapparsi.

Road To The Final

Invece il cammino della nazionale femminile nipponica ha dell’incredibile già dalla gara inaugurale dove sorprende le francesi con il risultato di 74-70 condotte da una piccola grande eroina di 161 centimetri di nome Rui Machida. Le Akatsuki Five portano sul parquet un basket rivoluzionario: cinque giocatrici in grado di tirare da fuori con percentuali simili tra loro, occupano alla perfezione gli spot in campo creando un nuovo genere di spaziature offensive che mandano in tilt la difesa avversaria ed infine la capacità di saper marcare ogni ruolo affrontando senza patemi i mismatch. La strada prosegue con una sconfitta per 86-69 contro le campionesse olimpiche in carica di Team USA ottenendo in seguito la qualificazione certa al turno seguente grazie all’83-102 ai danni delle D’Tigress nigeriane.

Le giapponesi hanno dato il massimo raccogliendo i frutti più buoni dalle loro fatiche. Un secondo posto impronosticabile fino a qualche giorno prima è diventato realtà. Adesso è tutto nelle mani delle ragazze e del loro allenatore, colui che nel 2016, quando gli chiesero quale fosse il suo sogno riguardo le olimpiadi di Tokyo, rispose di voler una finale per l’oro contro gli Stati Uniti scatenando le risate dei giornalisti presenti in sala stampa. Il sorteggio non sarebbe stato benevolo, ai quarti di finale solo la Cina poteva rappresentare un ostacolo alla portata, anche se grazie alla loro fisicità avrebbero potuto avere la meglio lungo i quaranta minuti di gioco. Il fato però vuole una rivincita dal torneo di Ostenda, così sono le Belgian Cats della sublime Emma Meesseman a trovarsi lungo la strada delle padrone di casa.

La sfida è al cardiopalma, la sensazione è quella di essere sopra alle montagne russe senza una destinazione, senza conoscere quando si concluderà il giro. Le belga sono avanti per buona parte della gara toccando anche un vantaggio di +13 a metà del terzo quarto, ma il cuore delle asiatiche è più grande e accorciano le distanze fino al 77-81 degli ultimi 120 secondi di partita. In quel preciso istante la pressione sale, la nazionale europea vede come le nipponiche siano troppo attaccate a loro e sanno che un piccolo errore può risultare decisivo. Non ne viene commesso nemmeno mezzo dalle belga, entrano anche i tiri liberi di Vanloo a 37” dal termine eppure una tripla di Hayashi sull’assist al bacio della solita Machida regala il +1 alle giapponesi con soli dieci secondi sul cronometro. Ultimo possesso Belgio, palla a Mestdagh che prova il jumper. Ferro. 86-85. Il Giappone affronterà la Francia in semifinale, in caso di sconfitta le ragazze hanno comunque la possibilità giocarsi la medaglia di bronzo. Un traguardo storico.

Himawari Akaho contro Antonia Delaere e Jana Raman a Tokyo 2020
La giapponese Himawari Akaho contrastata dalle belga Antonia Delaere e Jana Raman nel quarto di finale alle Olimpiadi di Tokyo 2020 (FIBA)

Sulle ali dell’entusiasmo coach Hovasse e le sue ragazze scendono in campo per ripetere l’impresa compiuta nel girone, con la consapevolezza però di giocarsi una fetta di storia non solo della competizione, ma della propria esistenza. Le francesi, secondo i pronostici fatti nei giorni precedenti Tokyo 2020, dovrebbero giocarsi la medaglia d’oro in finale contro gli Stati Uniti. Fino a quel momento per Les Bleues tutto regolare escluso l’intoppo nel debutto ai gironi proprio contro il Giappone, ma se errare humanus est, perseverare è diabolico. Alla selezione nipponica bastano dieci minuti di respiro terminando il primo quarto in svantaggio 14-22 poi è showtime. Le francesi non sanno quali pesci prendere ritrovandosi annichilite da due parziali terrificanti delle avversarie tra secondo e terzo quarto (54-28 frutto di un 27-12 e un 27-16).

Rui Machida stabilisce il record all-time di assist distribuiti in una singola gara olimpica con 18, una lezione di QI e gestione del possesso fatta di no-look pass, passaggi dietro la schiena, schiacciate a terra, palloni sopra la testa delle transalpine e giocate rischiose ma efficaci che arrugginiscono ogni ingranaggio delle bleues. La scarica di triple messe a segno nell’arco dei quaranta minuti demolisce le fondamenta del gioco della Francia, costretta ad alzare bandiera bianca sul risultato finale di 87-71 dopo essere andate in svantaggio anche di -27 a metà del quarto quarto.

Il Giappone è in finale! Le dodici ragazze convocate sono al settimo cielo, mostrano con orgoglio la bandiera bianca con il sol levante rosso al centro di essa. Hanno appena scritto la storia. Qualsiasi risultato finale apparirà sul tabellone dopo la battaglia contro Team USA, sarà medaglia per la prima volta.

Tom Hovasse: profeta in patria

Il merito dell’impresa è senza dubbio di chi la partita la gioca sul campo correndo per 40′ e sudando, lasciando pezzi di sé sul parquet e scaricando ogni tipo di emozione senza il minimo filtro. Eppure se ci fermiamo un attimo e guardiamo più a fondo siamo tutti consapevoli di chi sia l’artefice di questo risultato. Giocare una finale olimpica in casa contro la nazionale più forte e vincente della storia non è affatto scontato, ma farlo dopo aver sognato cinque anni prima di giocare quella partita e averlo detto in conferenza stampa, bersagliato dalle risate, ha di sicuro un altro prezzo.

Tom Hovasse è una leggenda in Giappone. Nato a Durango in Colorado, ha frequentato high school e college nel paese a stelle e strisce; il suo spirito e la sua pallacanestro però hanno poco a che spartire con gli Stati Uniti. Si trasferisce nel 1990 in Asia giocando per i Toyota Pacers in cui vi rimane fino al 1994 portandosi a casa quattro titoli consecutivi di miglior marcatore del campionato. Per renderlo un eroe a livello nazionale ci è voluto ben poco: infatti, il giorno del suo addio per tentare la fortuna con gli Atlanta Hawks, il Sol Levante lo piange e lo prega di restare, ma il treno per la NBA passa una sola volta nella vita e va sfruttato.

Evidentemente per Hovasse non è destino e con la squadra della Georgia gioca solamente due partite salvo poi trasferirsi ai Pittsburgh Piranhas, squadra semi-professionista sconosciuta e con poche ambizioni. Il richiamo dello spirito orientale diventa troppo forte e nel 1995 torna ai Pacers nipponici per cui indosserà la divisa fino al 2000 vincendo un altro premio di miglior marcatore della JBL. Chiuderà la sua carriera nella stagione successiva con i Toshiba Brave Thunders prima di eclissarsi e tornare solo dieci anni dopo come assistente allenatore in una squadra della Women’s Japan Basketball League.

Tom Hovasse rincuora Maki Takada a Tokyo 2020
Coach Tom Hovasse consola Maki Takada dopo la finale persa contro Team USA alle Olimpiadi di Tokyo 2020 (FIBA)

Tom Hovasse ha capito il potenziale della pallacanestro femminile, ha compreso quanto i nipponici fossero disponibili ad imparare nuovi stili di gioco pur di diventare competitivi e attrarre giocatori da firmare per i loro team. Nel corso del decennio 2010-2020, il classe 1967 studia, respira, mangia e beve palla a spicchi. In mezzo una esperienza da assistente in WNBA alle Phoenix Mercury, prima di diventare capo allenatore delle JX-Eneos Sunflowers nel 2016-2017 stabilendo ogni sorta di record. Chiude il campionato con 27 vittorie in 27 partite e 7 vittorie su 7 ai play-off laureandosi campione nazionale. Il risultato è talmente stupefacente che gli viene consegnata di diritto la panchina della nazionale giapponese.

Oggi Tom propone una pallacanestro del futuro, non ha necessità di schierare cinque giocatrici ognuna brava nel proprio ruolo. Quello di cui ha bisogno è un numero di ragazze pronte a seguire le sue indicazioni e a divertirsi. Non esiste un vero e proprio centro, il suo è uno small ball fatto di specialiste da oltre l’arco e di un gioco fast pace che permette di ottenere extra-possessi non appena viene sbagliato un tentativo di tiro. Commettere pochi se non pochissimi falli e far girare il pallone con tanti passaggi utili a liberare la tiratrice più libera. Lo spacing è fondamentale tanto quanto possedere due playmaker in grado di gestire i possessi in maniera intelligente e alzare la pressione difensiva quando lo scarto di punti tra le due compagini è minimo.

Non potendo contare su mezzi fisici importanti sono esclusi (salvi rari casi) schemi che prevedano ogni tipo di box-and-one e di box-out sulle avversarie. Con termini poco tecnici l’obiettivo principale è quello di arrivare per primi, perciò il comando è “correte e fate vostro il pallone”. In fase offensiva il portatore di palla chiama il rollante per un quick pick and roll (anche Spain) oppure finta l’ingresso in area e scarica per il tiratore (pronto sia in fase di pick and pop sia in spot up dall’angolo). Sopperire alla mancanza di centimetri evitando il più possibile penetrazioni con contatto se non in fase di chiaro vantaggio, dunque di canestro assicurato o alta probabilità di procurarsi un fallo che porti a due tiri liberi

Il secondo posto ottenuto a Tokyo 2020 potrebbe aver fatto breccia nel cuore non solo degli appassionati, ma anche degli addetti ai lavori. Coach Hovasse, in oltre 30 anni di esperienza in Giappone, ha abbracciato una filosofia zen fatta di spirito di sacrificio spingendo le proprie ragazze a dare il meglio di se con il sorriso stampato sul volto, così che ogni risultato ottenuto possa essere definito come una lezione per la volta successiva.

Argento vivo dentro

Con il risultato di 90-75 gli Stati Uniti si sono laureati campioni olimpici anche nella pallacanestro femminile bissando il successo di Rio 2016 e conquistando la settima medaglia d’oro consecutiva. La strapotenza fisica, i centimetri e uno stile di gioco non equiparabile alle altre partecipanti hanno avuto la meglio sulla selezione nipponica, il cui approccio alla finale è stato segnato forse da quell’ansia da prestazione (plausibile e giustificabile) di chi arriva al grande ballo per la prima volta. Le Akatsuki Five hanno provato con ogni mezzo a tenere a bada le avversarie, hanno combattuto non concedendo possessi facili e lottando a rimbalzo con i mezzi a disposizione.

Di fronte avevano Brittney Griner, giocatrice di 203 centimetri e probabilmente l’unica giocatrice in grado di schiacciare a canestro; A’ja Wilson, MVP della WNBA in carica ed incontenibile spalle a canestro; Breanna Stewart, facilmente considerabile come la Kevin Durant della WNBA per stile di gioco, facilità di rilascio del pallone sul tiro e per gli infortuni che li accomuna; poi il duo più vincente di sempre con la nazionale a stelle e strisce che risponde al nome di Diana Taurasi e Sue Bird, capaci di vincere cinque medaglie d’oro consecutive, strizzando un occhio verso i giochi di Parigi 2024.

Dietro questo argento importante quanto un oro ci sono anni di lavoro, una costruzione eccellente del gruppo e nonostante la perdita per infortunio della stella Ramu Takashiki, il risultato ottenuto è eccezionale. Un percorso che ha visto sconfitte il Giappone in sole due occasioni, entrambe contro le campionesse olimpiche ed entrambe le volte senza subire una disfatta di proporzione epocale, mettendo sul tavolo la realtà dei fatti ovvero che le americane giocano un altro sport (testimoni le cinquantacinque vittorie consecutive in campo olimpico).

Questo è un traguardo per la pallacanestro femminile e per l’intero movimento. Le giocatrici nipponiche hanno gridato al mondo “ci siamo anche noi”, aprendo gli occhi a chi non le conosceva. Il basket europeo e quello targato WNBA sono pronti ad accogliere alcune delle giocatrici nell’immediato futuro, aprendo spiragli al miglioramento del gioco e alla crescita della fama di esso nei paesi asiatici con Giappone in pole position seguito da Cina e Corea del Sud.

Oggi e domani, ripensando a quella che è stata la favola delle Akatsuki Five in quel di Tokyo 2020, ci inchineremo e ringrazieremo con un arigato gozaimasu. Vi siamo grati, perché era difficile ottenere ciò.

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