Sacramento Kings Media Day
Fox, Mitchell e Haliburton al media day (NBAE - Getty)

Quelle montagne russe dei Sacramento Kings

I Sacramento Kings mancano la post-season da quindici anni. Finita l'epoca Divac, è iniziata l'era McNair: quanto manca ai play-off?

Sostenere che i Sacramento Kings abbiano una visione può esser sorprendente, a tratti anche delirante, eppure il lavoro di Monte McNair, il GM dei Kings, potrebbe risultare più proficuo di quanto appaia. 

McNair, assistente di Daryl Morey nell’esperienza ai Rockets, è arrivato ai Kings dopo il fallimento Vlade Divac, noto più per gli errori in sede Draft che per i risultati sportivi. La volontà di Divac di scegliere Marvin Bagley III nel Draft 2018, prima di Trae Young e Luka Doncic, è costata ai Kings anni di oblio, sia sportivo che mediatico, che hanno oscurato quanto (poco) di buono c’era già a roster. Al tempo Sacramento poteva contare su un reparto PG/SG giovane e di prospettiva: Buddy Hield era al 3°anno NBA, Bogdan Bogdanovic appena al 2° e dal Draft, l’anno prima, era arrivato De’Aaron Fox, PG da Kentucky che, seppur in maniera altalenante, aveva mostrato ampi sprazzi di talento. 

Eppure, dopo la scelta di Marvin Bagley III, è andato tutto a rotoli

Non aiuta che il proprietario Vivek Ranadivè sia entrato in modo preponderante all’interno di qualsiasi decisione del FO, come quando impose al povero Pete D’Alessandro di scambiare per Rudy Gay, a quel tempo titolare di uno dei contratti peggiori della Lega.  Ma, al di là delle interferenze della proprietà, ciò che è sempre mancato ai Kings era una prospettiva di futuro, come se ogni volta fosse necessario ricominciare daccapo.

Stavolta potrebbe essere diverso. O forse no.

Le contraddizioni di De’Aaron Fox

Il presente e il futuro dei Sacramento Kings inizia da De’Aaron Fox, che in estate ha firmato l’estensione contrattuale da 207 milioni che lo legherà a Sacramento almeno per i prossimi cinque anni. La sua stagione 2020-21 è stata l’ennesima conferma di ciò che sa fare e ciò che fatica ad integrare all’interno del suo bagaglio tecnico.

La point-guard di Sacramento si è attestata ancora una volta fra le migliori in prossimità del ferro. Anzi, la migliore: fra le guardie con almeno 5 tiri tentati di media in “restricted area”, nessuna ha segnato con un’efficienza migliore di Fox, capace di convertire i suoi 5.6 tentativi all’interno del semicerchio con uno spaventoso 68.9% (!); soltanto atleti dotati di fisici più possenti come Doncic (68.9% su 4.1 tentativi), Tatum (58.1% su 5.1 tentativi) e Brown (67.8% su 5 tentativi) si avvicinano a quanto fatto dall’ex Wildcats.

L’abilità nel convertire i tiri all’interno del pitturato deriva anche dall’innata capacità di penetrare all’interno delle maglie della difesa: Fox, pur essendo 4° per Drives a partita, 18.9 (di più solo Shai Gilgeous-Alexander, Doncic e Young), è 1° per Drives PTS, 13.3, in virtù, oltre che della destrezza in area, della bravura nel guadagnare liberi, 4.2.

Tutto ciò unito all’essere lo “Speedy Gonzales” della NBA, una qualità che lo rende pressoché inarrestabile in transizione. I numeri sono lì che parlano: 1.18 PPP e 62.4%TILE.

Ma non è tutt’oro quel che luccica. 

Dei suoi 25.2 punti di media, 15°in NBA, ben il 72.1% deriva da situazioni di penetrazione, a fronte del 52.1% di Shai Gilgeous-Alexander o del 52.2% di Trae Young, il che lo rende prevedibile e facilmente contenibile in situazioni di attacco a metà campo.  Il perché è da ricercare nel tiro, aspetto in cui è ancora altalenante. Al di là della stagione da sophomore, in cui ha tirato con il 37.1% da oltre l’arco (su soltanto 2.9 tentativi), Fox ha sempre avuto una 3P% che a malapena supera il 30%, specie dal palleggio, una qualità imprescindibile per le PG moderne.  E anche l’abilità dalla lunetta, mai evoluta fin dal suo ingresso nelle Lega (intorno al 70% di FT%, non la migliore per una PG), è indice di una mancata progressione in uno degli aspetti fondamentali del gioco che, qualora migliorasse, permetterebbe all’ex Kentucky di mettere a referto tantissimi punti in più, data la mole di falli che riesce a guadagnare (7.2 FTA di media). 

Ad ogni modo, però, è innegabile affermare che Fox sia diventato un giocatore migliore nella gestione dei possessi dei Kings. L’anno scorso, la TOV% è stata la migliore da quando è entrato in NBA, 11.9%, e il numero di AST si è consolidato sui 7 di media, anche grazie all’intesa sul PnR con il compagno di squadra Richaun Holmes, a cui ha servito il maggior numero di passaggi vincenti, oltre 80.

Insomma, se Fox diventasse una PG capace di tirare con il 36/37% da 3, considerate le qualità in contropiede, in prossimità del ferro e alla visione del campo, i Kings avrebbero uno dei migliori giocatori della Lega nel ruolo, forse, più cruciale dell’intera NBA.

La scoperta di Haliburton

Prima del Draft, su Haliburton pendevano tanti dubbi. La forma di tiro, già particolare a Iowa State, in off-season sembrava cambiata in peggio, con il rischio che i numeri fatti registrare in NCAA potessero crollare, e ciò si aggiungeva all’imprevedibilità di un’annata collegiale che, a causa del Covid-19, aveva visto annullare la March Madness, l’evento più atteso dai FO NBA.  Così, durante la notte del Barcley Center, le sue quotazioni scesero a picco, al punto da finire con la 12° scelta ai Sacramento Kings del neo GM Monte McNair. 

Haliburton, una SG che durante gli anni a Iowa State era stata spesso paragonata a Shai Gilgeous-Alexander, si è invece immediatamente rivelato il compagno perfetto di De’Aaron Fox, nonché il rimpianto dei 7/8 GM che lo avrebbero potuto scegliere ben prima dei Kings. La sua capacità di giocare sia on-ball che off-ball lo hanno reso immediatamente l’asso nella manica di coach Walton, potendolo inserire sia di fianco a Fox, in quintetti con più playmaking, sia di fianco a Hield, agendo pertanto da PG pura.

La stagione da rookie di Haliburton è stata sostanzialmente un’unicum fra i giocatori al primo anno in NBA; se paragoniamo la sua produzione a quella delle altre matricole nella Lega con all’incirca gli stessi minuti giocati, Haliburton è 1° per:

  • 3P% dall Pull Up, 37.5% su oltre 2.2 tentativi a gara.
  • AST/TO, 3.36, risultato del rapporto fra i 5.3 AST e le 1.3 TOV di media (Kyra Lewis è l’unico che fa meglio, avendo un AST/TO di 3.65, ma ha giocato la metà dei minuti di Haliburton).

Nonché 2° per:

  • STL, 1.3, meglio fa solo LaMelo, 1.5, che ha uno stile di gioco più rischioso.
  • PPP in situazioni di PnR, 0.95, dietro solo Tyrese Maxey, 0.97, che però, in media, ne ha giocati meno, 3.7 rispetto ai 4.9 di Haliburton.

In generale, quello che stupisce del giovane del Wisconsin è la saggezza con cui gioca, come se fosse un veterano con oltre dieci anni nella Lega. Anche in difesa, dove la maggior parte dei rookie fatica al primo anno NBA a causa del diverso ritmo di gioco, ha dimostrato di esser già ad un livello avanzato rispetto ai pari età, rimanendo sempre pronto e reattivo per contenere le incursioni avversarie, anche in virtù di una comprensione del gioco sinceramente sorprendente per un’esordiente.

Certo, nonostante gli innumerevoli pregi, bisogna far attenzione a calmierare le aspettative nei suoi confronti.

Haliburton manca dell’atletismo dei vari Anthony Edwards o Patrick Williams, avendo un primo passo nella media (se non addirittura al di sotto…), manca del genio di LaMelo Ball, il cui ball-handling è già fra i migliori dell’intera NBA, e manca anche del glamour necessario per irrompere prepotentemente nella mente dei tifosi, nonostante il look sfoggiato la notte del Draft fosse di tutto rispetto in tal senso. 

Ma, al di là di pregi e difetti, l’unica reale certezza è che Haliburton è già una delle migliori scelte dei Kings negli ultimi anni. E potrebbe non esser finita qui.

Davion Mitchell è già pronto

Sono piombate critiche a non finire sulla scelta dei Kings al Draft 2021, eppure, per quanto legittime, potrebbero esser state eccessivamente precoci. 

Dubitare sull’operato dei Sacramento Kings, infatti, vista la storia passata, è pur sempre giusto, ma dubitare di Davion Mitchell, la scelta di McNair con la 9° pick al Draft 2021, è molto più rischioso.

Mitchell, junior da Baylor con cui ha vinto lo scorso Torneo NCAA, è una PG/SG che gioca al di là dei propri limiti fisici (6’0”), compensando gli ostacoli atletici con un agonismo di Alleniana (“First Team All-Defense”) memoria.

Già il soprannome “Off-Night”, per via dell’abilità nel procurare una giornata storta al diretto avversario, come sperimentato dall’inconsapevole James Bouknight, fermatosi a 4/11 dal campo e -11 di +/- nella sfida contro Sacramento del 9 Agosto, fa ben intuire la portata della volontà del prodotto dell’università di Waco, una vera furia nella propria metà campo.

Ma non bisogna pensare che le sue qualità si fermino esclusivamente all’interno della propria metà di gioco. 

Durante la Summer League, infatti, Mitchell ha dimostrato di essere un giocatore totale, mettendo a referto 10.8 PTS, 5.8 AST (a fronte di solo 1.4 TOV) e 1 STL di media in 24.8 minuti, numeri che potrebbero non impressionare ma che, uniti a quanto fatto vedere in difesa, sono valsi ai Kings la vittoria del Torneo e al nativo di Hinesville il premio di MVP della competizione, condiviso con il sophomore dei Celtics Payton Pritchard.

Ovviamente, le prestazioni registrate ad Agosto lasciano il tempo che trovano, e diffidare di una PG capace di tirare con il 47.1% da 3, contemporaneamente al 28.1% ai liberi, è più che plausibile.

Però, al di là dei numeri che potrebbero comprensibilmente cambiare, permangono la mentalità vincente e la difesa point-of-attack di un giocatore che, all’interno del roster dei Kings, è finora sempre mancato.

Per questo sarà interessante capire come coach Walton (non una garanzia…) lo inserirà all’interno delle rotazioni, dato che Fox ha già rilasciato dichiarazioni in cui ha esplicitamente detto di voler giocare sia insieme ad Haliburton che allo stesso Mitchell, in un lineup che ricorderebbe tanto quello degli Oklahoma City Thunder di qualche anno fa con Chris Paul, Shai Gilgeous-Alexander e Dennis Schröder. 

Possibile? Data la duttilità di Mitchell e di Haliburton, entrambi a proprio agio sia sulla palla che lontano da questa, sì, ma il campo è sempre pronto a riservare sorprese che sfuggono alla teoria, perciò non resta che aspettare ancora qualche settimana.

La off-season dei Kings

La scorsa stagione Sacramento ha pagato, oltre ad una difesa rivedibile, come attestato dal peggior Defensive Rating della Lega, 116.5, l’assenza di profondità all’interno delle rotazioni. Difatti i due quintetti dei Kings con più minuti giocati, rispettivamente Fox-Hield-Barnes-Bagley III-Holmes e Fox-Haliburton-Hield-Barnes-Holmes, hanno avuto entrambi un Net Rating ampiamente positivo, +7.2 e +7.6.

Il problema principale era quindi la panchina, ovvero quando in campo entravano i vari Whiteside, Bjelica, etc, il che dimostra quanto i minuti concessi a singoli giocatori possano pesare sul rendimento di un team. 

Quest’anno la situazione non è molto cambiata, anche se un lieve miglioramento c’è stato.

Oltre all’arrivo di Mitchell e Queta via Draft e alle conferme di Davis e Harkless in FA, dai Celtics è arrivato Tristan Thompson, un giocatore che, per quanto ultimamente in flessione, sarà vitale per una squadra che ha terribilmente faticato a rimbalzo (29° per DREB%, 71.3%) e in protezione del ferro (29° per OPP PTS in Area).

Ad ogni modo, la scelta più importante che quest’estate McNair ha dovuto prendere è stata in merito al rinnovo di Richaun Holmes, il cui nome era fra quelli più accreditati a generare un’asta di offerte in FA, anche per via del continuo impoverimento di quest’ultima.

Lo scorso anno Holmes è stato l’unico giocatore dei Kings ad avere un on-court positivo, +0.5, ed il migliore, come due anni fa, per on-off, +8.4. L’importanza per Sacramento dell’ex Philadelphia 76ers era visibile sia difensivamente, come rim protector, sia offensivamente, come valvola di sfogo per i PnR di Fox e Haliburton (1.30 PPP e 83.6%TILE, meglio solo Gobert e Adebayo), potendo contare sul miglior push-shot della Lega, uno dei suoi marchi di fabbrica.

Per questo i Kings, non potendosi permettere di perderlo, hanno aperto la borsa, riuscendogli a rinnovare il contratto con un quadriennale da 55M; tanti soldi ma meritati.

E i movimenti di Sacramento potrebbero non esser finiti qui, date le voci prima sulla cessione di Hield ai Lakers e poi dell’interessamento per l’imbronciato Ben Simmons.

È evidente che l’obiettivo di McNair è uno: riportare i Sacramento Kings ai play-off dopo quindici anni di assenza. Se ci riuscirà è un bel punto di domanda, la cui risposta potrebbe decidere il suo destino da GM della franchigia della California.

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