Vin Baker copertina
Foto di Brian Bahr/Allsport/Getty Images

Vin Baker – Still Counting

Ascesa, Inferno e ritorno. Varcati i cinquanta, e da dieci sobrio, un viaggio dentro Vin Baker: l'importante non è evitare di cadere, ma rialzarsi e rimettersi in marcia. Per poi continuare a contare.

Prologue

“There was a point where it was just waiting for the train to crash.”

Ci son gare, ogni gara,
Cambio l’acqua con l’alcol,
Resto fermo a guardare
Con il mondo che gira.
Dentro la mia borraccia,
Affogando man mano,
Tengo stretta la testa,
A cercar la risposta.

Ci son sere, di sera,
Me ne frega di niente,
Resto fermo a guardare
Con il mondo che gira.
Fuori da questo bar chiuso,
Per l’ennesima volta,
Tengo stretta la testa,
A cercar la risposta.

Ci son notti, nei sogni,
Che mi sveglio sudato,
Resto fermo a guardare
Con il mondo che gira.
Poi mi alzo, barcollo,
Camminando, poi striscio,
Tengo stretta la testa,
A cercar la risposta.

Ci son vite, la mia,
Che ti urlano contro,
Resto fermo a guardare
Con il mondo che gira.
Mi si mozza il respiro,
Mentre vedo le luci,
Tengo stretta la testa,
A cercar la risposta.

Non è sempre stato così, sapete? Non è sempre stato così.

Ma, ad un certo punto, ho pensato che sarebbe stato così per sempre, e che alla fine sarebbe arrivato un treno in corsa a togliermi di mezzo. Io, sui binari, fermo. Il treno, in corsa, su di me. “Vin Baker: boom”. Crash, colpo secco. Sui giornali avreste letto dell’ex campione che aveva dilapidato tutto, rovinatosi con le sue stesse mani, le stesse che l’avevano portato prima nell’Olimpo, sollevando un pallone, e che poi l’avevano portato negli inferi, sollevando una bottiglia.

A pensarci, bene, il gesto è lo stesso: sollevo, lancio, chiudo gli occhi, sono in pace. Ma dura un attimo. E ripeto. Sollevo, lancio, chiudo gli occhi, sono in pace. Ma ancora non mi basta. E quindi. Sollevo, lancio, chiudo gli occhi, sono in pace. E così per ore. Fino a perdere il controllo. Fino a perdere me stesso. La dipendenza… la dipendenza ti stritola, ti svuota, ti scava, ti soggioga, ti mette all’angolo, ti viene a bussare all’improvviso, anche quando stai facendo altro. La dipendenza ti ricorda ogni minuto che tu dipendi da lei. Che c’è una catena tra voi, e tu non puoi spezzarla. A meno che. A meno che qualcuno, dall’alto, poggi una mano su di te. A me è successo. La mano l’ho sentita. E il nero si è volto in bianco. Perché io, un bel giorno, il 16 aprile del 2011, la catena l’ho spezzata. La mia redenzione è iniziata, e non si è più fermata. E ora sono qui, all’alba del mio cinquantesimo compleanno, a raccontarvi la mia storia.

Cinquant’anni vivo.

Dieci anni sobrio.

Still counting…

Baker Hartford
Con il compianto Yinka Darè durante un incontro di college basketball tra Hartford e George Washington – Sports Illustrated Vault

A Connecticut guy

Non è sempre stato così, dicevo. Non è sempre stata buia la mia vita. Degrado e disagio non facevano capolino nella mia vita da bambino. Avevo una stanza, una casa, entrambi i genitori: mamma Jean e papà James, il reverendo Baker, meccanico di giorno e predicatore la sera. Sono cresciuto in una tranquilla cittadina del litorale del Connecticut, Old Saybrook, dove non succedeva mai niente di speciale, le strade erano sicure, i giorni passavano lenti, uno uguale all’altro. I bianchi erano in grande maggioranza, ma non abbiamo mai avuto problemi razziali. Facevo vita di chiesa: cantavo nel coro, servivo da diacono, stavo sempre appresso a papà nelle sue liturgie. Non ero un grande frequentatore di playground da piccolino, ma quando ho iniziato a svettare sugli altri ho capito che questo giochino di mettere la palla nel cesto mi riusciva benone e poteva essere divertente. Crescevo e crescevo, di stazza e di abilità, e pensavo di esser diventato un buon prospetto tra i liceali, uno per cui i college della zona avrebbero fatto la fila: U-Conn, Rhode Island… Invece no, nelle loro liste ero uno dei tanti, nessuno mi corteggiò veramente. Nessuno tranne Hartford.

Un college piccolino, vicino casa, familiare. Meglio così, più adatto a me: a quell’epoca ero spaventato da tutto, non mi ero mai fatto nemmeno un bicchiere, le droghe mi repellevano, la cocaina, soprattutto, mi terrorizzava. Gli echi della morte di Len Bias erano ancora vicini. Ma io lo avevo chiaro in testa: non sarei diventato uno di quelli. Non sarei stato uno di loro. Quelli lì… avete capito, dai. Quelli che ai bivi imboccano la strada sbagliata, e si perdono. Quelli che sprecano il proprio talento. No, io non sarei stato tra quelli, avrei potuto giurarlo. Io ero un bravo ragazzo, avevo la testa sulle spalle. Pensavo solo a giocare a basket. In campo mi facevo riconoscere: schiacciavo in testa ai miei avversari, prendevo i miei jump-shot dai 5 metri, intimidivo sotto i ferri, ma poi fuori dal campo tiravo dritto e stavo nel mio. No, non sarei mai diventato come quelli. Io non avrei perso nella vita. Non mi sarei perso.

America’s Best Kept Secret

Completo chiaro, cravatta scura, tirato a lucido nei miei 211 centimetri, ero pronto per stringere la mano al dottor Stern il giorno del draft del ’93. Impaziente e teso, ma non troppo. Ero un underdog, non avevo le luci della ribalta addosso come Penny Hardaway o Chris Webber. E in più sapevo che i Bucks mi avevano adocchiato. Nonostante non provenissi da un grande college, avevo iniziato a far parlare di me. Un diamante grezzo, ben nascosto, sotto traccia, pronto a fare luce. Stazza? C’era. Mano morbida? C’era. Gioco spalle a canestro? C’era. Tempismo per rimbalzo e stoppata? C’era. Range di tiro? C’era. Parlavano di me come un lungo moderno, dinamico in post basso, credibile in post alto, con tante soluzioni in attacco, una buona presenza in difesa, e, ciliegina finale, la testa giusta per avere un impatto al piano di sopra, da subito. Mi sono trovato bene in Wisconsin, il contesto giusto per me: poche distrazioni, poche pressioni, un pubblico presente ma non assediante e una proprietà disposta ad aspettare.

Già da rookie presi il posto in quintetto e non lo lasciai più. Ma la squadra era giovane, il cartello “lavori in corso” bene in vista e in quattro anni non solo non facemmo mai i play-off, ma a stento arrivammo a vincere 34 partite in un anno. Attorno a me il roster cambiava vorticosamente… Difficile far meglio, di squadra, ma la situazione era ideale per distinguermi e dimostrare: sopra i 21 di media in due stagioni, tre presenze consecutive all’All-Star-Game, minuti e palloni in quantità, una parentesi (più lunga) con Big Dog Robinson e un’altra (più corta) con Ray Allen, e il record di 41 punti in una sera, arrivati dopo una lunga nottata in camera con Big Dog, avvolti dai fumi di marijuana. Era la prima volta per me… E se, dopo uno stravizio così, arrivo a scollinare sopra i 40, pensai, cosa può succedermi se ci riprovo un’altra volta? E poi, un’altra volta ancora? E se al fumo aggiungessi qualcos’altro? Un bicchiere, ad esempio… Ma quella fantasia, per il momento, rimase solo nella mia testa. Erano gli anni belli. Ero ancora pulito. Avrei tenuto la barra dritta. Non mi sarei perso.

Baker Milwaukee Bucks
In maglia 42, insieme a Glenn Robinson durante una gara dei Milwaukee Bucks – Foto Rocky Widner NBAE/Getty Images

Road to Rain City

Il mio status era così elevato, nella Lega, che quando i Sonics decisero di dare una sterzata al proprio roster e mettere in vendita Shawn Kemp, coach Karl pensò subito a me per ereditare la connessione in campo con Gary Payton e formare il nuovo Dynamic Duo della verdissima città della pioggia. Niente di più eccitante, per me: motivato come non mai e accompagnato da una forma fisica fragorosa, non saltai nemmeno una partita di Regular Season, issandomi sul ventello di media, raggiungendo il traguardo dell’All Star Game (quarto di fila, non sono moltissimi a poterlo affermare, cambiando maglia e Conference…) e portando Seattle sopra le 60 vittorie. Poi, i play-off. La prima volta per me. Le luci della ribalta, la pressione. Tutto nuovo. Sentivo qualcosa iniziare a sgretolarsi.

Faticammo davvero per battere Minnesota al primo turno: giovani, sfrontati, e quel diavolo di Garnett a saltarmi in testa. Il mio gioco non era lo stesso: meno fluido, più intermittente, quasi impaurito. Faticammo, sì, ma faticai soprattutto io. Vincemmo la bella e arrivammo stanchi e segnati al turno successivo: i Lakers ci aspettavano, e, dopo l’illusione di gara 1, ci asfaltarono e soprattutto Shaq ci fece a fettine. Una brutta botta per noi. Una brutta botta per me. L’aria, d’improvviso, si stava facendo più rarefatta. Quando sali in alto, è bello vedere il panorama da lassù, ma è facile mettere un piede in fallo, arrancare, scivolare, cadere giù e non trovare più il percorso per risalire. È allora, proprio allora, che ti perdi. Basta solo un innesco per azionare la dinamite con cui ti auto-distruggi. L’innesco, per me, fu l’annuncio del lockout. Quell’estate del ’98 la mia presa iniziò ad allentarsi. Rilassati, mi dicevo. “Dai Vin Baker, goditi l’estate, tanto sarà lunga. Fai tardi questa sera, vai in un club, non limitarti. Goditela. Tanto poi ti rimetterai in riga. Come al solito. Riprenderai la tua routine”. Già. Ma che fine aveva fatto la mia routine? Non riuscivo più a rientrarci dentro. Diavolo, ma come facevo prima? Cosa facevo tutti i santi giorni delle estati precedenti? Pesi, fiato, tecnica, tiro, riposo. Giorno dopo: uguale. Pesi, fiato, tecnica, tiro, riposo. Tutti i giorni. Ma ora…Non ero abituato a farci i conti, con questa maledetta pressione. Iniziai a sbandare. Ma tra me e me, però, pensavo ancora che non mi sarei perso. A fatica, ma mi sarei ritrovato. Non mi sarei perso, vero?

Sonics
Vin Baker protesta per una decisione arbitrale durante una gara dei Seattle Supersonics – Jed Jacobsohn/Getty Images

Like a rolling stone

Centoquaranta chili mal distribuiti: ecco come tornai in squadra dopo il lockout. Quando andavo a rimbalzo, sembrava avessi i pesi alle caviglie. Attacco-difesa-attacco e avevo il fiato corto. Ma soprattutto, la fiducia nelle mie doti era scesa sotto i tacchi e non ero più focalizzato sul gioco. La mia testa vagava alla ricerca di una via di fuga dalle luci della ribalta sotto cui ero finito. Inevitabilmente, stavo deludendo le attese. Di tutti. Anche le mie. Soprattutto le mie. Non avrei dovuto farmi sopraffare da tutto questo. Ma meglio non pensarci. Meglio fuggire. Meglio evitare di ammettere che ci fosse un problema. Dopotutto, dopo la deludente annata post-lockout, l’anno dopo mi rimisi un po’ in sesto e le cifre tornarono decenti. Addirittura, vista la penuria di lunghi disponibili, feci parte del Team USA che alle Olimpiadi di Sydney vinse l’oro. Ad un occhio poco attento, il precipizio era ancora lontano.

Ma a chi mi stava vicino nel quotidiano, bastava osservarmi per capire quanto fossi cambiato. Anzi, a volte nemmeno serviva guardarmi: bastava usare l’olfatto per sentire l’odore di alcol durante gli shootaround e negli spogliatoi. Non era questione di mettere un tiro in più o in meno, o prendere un rimbalzo in più o in meno: il fatto è che capitava sempre più di frequente che bevessi prima, durante e dopo le partite. In panchina portavo Bacardi Lemon, mascherandolo per un integratore. Nei post-gara facevo il pieno dei club, in casa, in trasferta, nessuna differenza, sempre in doppia cifra di locali visitati. E nel pre-gara, per diradare tutte quelle nubi che si erano accumulate, facevo uso di anti-depressivi per fingere a me stesso che andasse tutto bene, e che fossi pronto per giocare. La cosa incredibile è che il management non si accorse di niente: bastò che le cifre si impennarono per un breve periodo, e qualche mese prima di Sydney mi allungarono un contratto di 86 milioni per sette stagioni: un buon investimento, se parametrato con quel che avevo fatto negli anni, ma un tragico azzardo, se solo avessero osservato cosa stessi combinando, a 360 gradi. Ma la cosa ancora più incredibile era che io, semplicemente, rifiutavo di ammettere a me stesso che avevo un problema. Era solo una parentesi, mi dicevo, un momento buio, passeggero. Cosa vuoi che sia? I campioni si riprendono. I campioni non si perdono. E io sono un All-Star, io ho vinto l’oro alle Olimpiadi. Non è così che stanno le cose?

Going down

No, non era così che stavano le cose. Io avevo un problema. E pure bello grosso. Si chiamava dipendenza.

Feci altri due anni a Seattle, per un totale di cinque. Statistiche dignitose, ma si vedeva lontano un miglio che non fossi più un fattore e che il mio prime fosse lontano, andato per sempre. La squadra ormai galleggiava poco sopra il 50%, non superando mai il primo turno. Era chiaro che servisse una sterzata, e nell’estate del 2002 mi impacchettarono direzione Boston con un biglietto di sola andata. East Coast, due ore da casa: speravo in un nuovo inizio, ma sapevo di illudermi. La situazione deflagrò.

Durante la stagione, coach O’Brien mi pizzicò varie volte alticcio, prima di sospendermi saltando gli ultimi mesi di stagione. Lo staff dei Celtics mi diede supporto, addirittura accettai di ricoverarmi e provare a riconquistare la sobrietà. Ci riuscii anche, temporaneamente, l’estate del 2003, preparandomi al training camp. Ammisi, con una conferenza pubblica, di essere un binge-drinking, un alcolista, e di aver bisogno di aiuto, anzi, che avevo già ricevuto aiuto e che non sarei più ricaduto negli antichi vizi. Invece, iniziai bene la stagione, ma durò poco: già a gennaio trasgredii i termini del regolamento, e Boston non poté far altro che rescindere il contratto.

Fuori. Ero fuori squadra, ed ero fuori controllo. A Las Vegas, in una sola notte, persi un milione di dollari al gioco. Mi fermarono più volte alla guida in stato di ebbrezza, fuori dai locali, vagabondando in giro, dovunque.

Provai per qualche anno a rimettermi in condizione di giocare, illudendomi di poter ancora dire la mia, ma accumulai solo sporadiche presenze in giro, tra New York, Houston e Clippers. A Minnesota non superai il Training Camp. Era il 2006. Adesso sì che ero davvero fuori dall’NBA. E sempre più fuori controllo. Che un tempo avessi giurato a me stesso che non mi sarei mai perso, ormai non lo ricordavo nemmeno più.

Baker Celtics
Vin cerca la concentrazione prima di una gara dei Boston Celtics – Jed Jacobsohn/Getty Images

Last call for salvation

Xanax, Librium e qualsiasi tipo di pillola. Hennessy, Courvoisier e qualsiasi tipo di superalcolico. Qualunque cosa pur di dimenticare cosa sarebbe potuto essere e non è stato. Passavo le giornate trascinando in una casa vuota pantofole e sudore. Stavo perdendo peso. Stavo scomparendo, sempre più all’angolo. Vomitavo sangue di frequente. La situazione peggiorò ancora. Investimenti sbagliati. Case finite all’asta. Reputazione stracciata. Cento milioni di dollari buttati al vento. Tornai a vivere nella casa dov’ero cresciuto. Nei rari momenti di lucidità, accumulavo tentativi di recupero. Prendevo coraggio, provavo, desistevo, regolarmente fallivo. Perché mica tutti ci riescono, sapete. Mica per tutti c’è il lieto fine. Per alcuni c’è solo la fine.

Ma.

Ma un bel giorno per me è arrivato il punto di svolta, anche se mi sono serviti cinque tentativi. Cinque volte in cui ho preso coraggio, sono entrato in un centro, ho giurato a me stesso e ai miei cari che stavolta ce l’avrei fatta, che stavolta sarebbe stato diverso. Ma poi. Ma poi la dipendenza è sempre sulla tua spalla. Per quattro volte ho fallito. Non ne avevo ancora abbastanza. Forse perché davvero, per farcela, devi perdere tutto, devi svuotarti di tutto. Io ormai ero sull’orlo del precipizio, era l’ultimo fischio del treno, stava arrivando in corsa, dovevo spostarmi dai binari. Non avevo più nulla: soldi, lavoro, successo, case, fama. Non avevo più niente, a parte la mia vita. Era il 16 aprile del 2011.

Faith

Stavolta chiesi aiuto a mio padre, che non mi aveva mai scaricato, nonostante i miei innumerevoli giri di giostra all’inferno. Mi spedì al Rushford Center di Middletown, a soli venticinque minuti da casa, per tenermi sotto controllo. La prima settimana fu devastante. Il primo mese fu terribile. Però, era passato. Segnai “uno” nella mia agendina. Il mio percorso verso la sobrietà coincise con un riavvicinamento alla fede. Iniziai a frequentare gli Alcolisti Anonimi con molto più costrutto rispetto al passato. Sentivo che la mia anima iniziava a guarire. Ma c’era un problema: ero al verde. Con la Bibbia nel taschino, rinfrancato dal lavoro assiduo nella comunità di recupero, iniziai a darmi da fare. Riacquistai peso e una forma decente. Agganciai Dennis Rodman, che, grazie alla sua amicizia balzana con Kim Jong-un, stava organizzando un’improbabile tournée di vecchie glorie in Corea del Nord: avevo davvero bisogno di soldi, avrei fatto qualsiasi lavoro, gli diedi l’ok in un batter d’occhio. Ora che stavo tornando a mettere un passo dietro l’altro, però, avevo bisogno di qualcosa di più stabile. Oltre a segnare i mesi sull’agendina, dovevo cercarmi un vero impiego. Mi venne in mente che non c’era niente di male nel chiedere aiuto a chi sapevo aveva continuato a volermi bene: Howard Schultz era uno di questi. Howard era il mio presidente a Seattle: milionario, filantropo, imprenditore, il papà di Starbucks. Ma soprattutto, una brava persona. Lo cercai al telefono, con un certo timore, non sapevo come pormi e cosa aspettarmi. In realtà, sin da subito Howard mi prese sotto la sua ala e testò la mia voglia di risalita. Non mi fece trovare la pappa pronta, ma non mancava mai di darmi cibo a sufficienza per cucinare da me. Prima mi procurò un buon contatto per dare una mano in una chiesa battista di Harlem, poi mi introdusse in uno dei punti vendita Starbucks, in Rhode Island, con l’obiettivo di farmi ricoprire in sequenza tutti i ruoli della catena del negozio.

Dovevo avere la mente concentrata, il fisico impegnato e un approccio umile: tutto per tenermi focalizzato sul presente e star lontano dalle tentazioni del passato. Funzionò. Col grembiule verde e la visiera calata sugli occhi, tornai a sentirmi parte di una squadra, a pormi piccoli obiettivi quotidiani, a raggiungere livelli di responsabilità crescenti, come svegliarmi alle 4 la mattina per alzare la serranda di quello che era diventato il “mio” Starbucks. Sembra banale, e forse lo è, ma è in quella semplice e ripetitiva routine giornaliera, su qualche Interstate sperduta nel verde dell’East Coast meno urbana, che tornai a riscoprire chi ero veramente, e che cosa avrei dovuto fare da lì in avanti. Dovevo essere testimone del mio percorso. Perché le cicatrici erano ovunque, e la battaglia non era finita, ma solo testimoniando chi ero e cosa avevo passato potevo dare una speranza a chi aveva smarrito il suo percorso e aveva ancora solo il buio attorno.

Son
Vin Baker e il figlio Christopher in una visita durante il suo percorso di recupero nel 2011- Lindsay Niegelberg / Hearst Connecticut Media

Witness

Tornare a far parte dell’NBA fu una conseguenza di tutto questo. Non certo il mio obiettivo primario: mi ero riavvicinato al basket in modo naturale, seguendo alcune squadre giovanili nella mia zona, ma, anche in questo caso, mi richiamarono in un posto dov’ero stato bene, a Milwaukee, dove tutto aveva avuto inizio. Era il 2016. Prima iniziai a lavorare per la TV del team, poi mi chiesero di avvicinarmi al campo, per lavorare un po’ con i lunghi, e a seguire mi indirizzarono alla squadra di sviluppo in G-League. Entrare in sintonia con i giocatori, prima ancora di insegnare la tecnica e i movimenti. Mostrare la giusta attitudine, prima ancora di parlare di attacco e difesa.

Questo è quello che volevo insegnare, questo è quello che mi ha fatto apprezzare. Almeno credo. Ho lavorato per instaurare legami solidi: volevo essere qualcuno con cui avere un rapporto aperto, schietto, sincero. Non avevo bisogno di dire tante parole, la mia storia parlava per me: non potevo certo fare la parte di chi non aveva commesso errori, tutt’altro, ma potevo e volevo essere una fonte di speranza. Ho stretto un legame profondo con Giannis, dopo aver lavorato con lui due mesi in Grecia. Sono stato fortunato ad essere nello staff come assistente allenatore quando abbiamo vinto il titolo NBA la scorsa estate. Ed adesso, quando guardo l’anello che ho conquistato, la mia gioia più grande non è aver vinto un campionato, ma vedere che le scelte che ho fatto per diventare sobrio stanno iniziando a dare dei frutti. Non mi ritengo un vincente perché alleno i Bucks. Puttanate. Quel che mi rende orgoglioso è battermi per dare speranza alle persone. Per il mio impegno nella giustizia sociale della mia comunità, all’interno di Black Lives Matters. Per i centri di trattamento “Vin Baker Recovery” che ho aperto in Wisconsin. È per queste cose che ogni giorno sono entusiasta di divere una vita sobria. Per il rapporto con i miei figli. Non voglio più perdermi questi momenti, perdermi queste battaglie. Non voglio più perdermi e basta.

Non ho scordato cosa significare essere dipendente. Non l’ho scordato, e non vorrò mai scordarlo, perché il passato non è mai sepolto per sempre, ogni giorno è una nuova lotta, e sta ad ognuno di noi scrivere il proprio futuro. È per questo che ancora segno i mesi sull’agendina: ho appena scritto il numero 127, e sto ancora contando. Voglio ancora contarne tanti.

Cinquant’anni vivo.

Dieci anni sobrio.

Still counting…

Foundation
Vin Baker sorride ad un evento “Addiction Ends Here” organizzato dalla sua fondazione – Runsignup.com

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