Scottie Pippen Dennis Rodman
Scottie e Dennis

Scottie Pippen, in “Unguarded”, racconta dell’arrivo di Dennis Rodman ai Bulls

Nella sua autobiografia "Unguarded - La mia vita senza filtri", appena uscita per Rizzoli, il 33 dei Bulls racconta della scelta dei Bulls di acquistare Dennis Rodman

È uscito proprio ieri, e promette di far discutere a lungo, “Unguarded – La mia vita senza filtri“, quasi 400 pagine di racconto crudo e autentico a firma di Scottie Pippen. Nell’autobiografia firmata dalla leggenda dei Bulls e Michael Arkush, edita da Rizzoli, c’è tutto il vissuto del nativo di Hamburg, Arkansas, che proprio senza filtri offre in primis un ritratto profondo e ricco di particolari sinceri della sua vita, dando al contempo un magnifico spaccato di cosa fossero negli anni Novanta i Chicago Bulls, Michael Jordan, Dennis Rodman e (non chiamatelo così però) la sua più degna spalla.

Il libro in qualche modo è un perfetto filo conduttore tra il glorioso passato della squadra, la straordinaria ascesa di Pippen, e la considerazione che di tutti gli interpreti ha lasciato la stupenda ma divisiva serie The Last Dance. Un tributo alla grandezza di Jordan a scapito dei compagni verso il quale Pippen appare da subito critico e risentito, salvo lasciar prevalere comunque in tutta la lettura il profondo senso di ammirazione e venerazione sportiva nei confronti di MJ, smentendo allo stesso tempo tante credenze su un loro rapporto fuori dal campo profondo quanto simbiotico fosse il legame sul parquet.

La scelta della dirigenza di aggiungere Dennis Rodman

Simpatica e allo stesso tempo molto significativa è la storia dietro l’acquisizione di Dennis Rodman, il terzo pilastro di quella che ancora è per molti – Pippen compreso – la miglior squadra di basket mai esistita. La racconta proprio Scottie, a partire da quando furono interpellati sia lui che MJ da coach Jackson a riguardo:

Nell’estate del 1995, quando Phil mi chiese un parere sulla possibilità di prendere Dennis, che all’epoca aveva trentaquattro anni, non ebbi nulla da obiettare. E nemmeno Michael. Certo, un po’ di preoccupazione c’era. Ovvio che c’era. La reazione di Michael fu qualcosa del tipo: «Dennis Rodman? … Davvero?».
Sì, davvero, ed era anche una scelta molto sensata. L’anno precedente, Phil aveva sperimentato utilizzando come ala grande Toni, Larry Krystkowiak, Dickey Simpkins e Greg Foster, che era alla sua quarta squadra in cinque anni. Nei playoff contro i Magic avevo assunto io quel ruolo. Nessuno si era nemmeno lontanamente avvicinato alle capacità di Horace
“.

L’estate è quella della off-season post-eliminazione dei Bulls contro gli Orlando Magic, che anche grazie alla fisicità e all’energia del grande ex Horace Grant avevano riportato coi piedi per terra, dandogli allo stesso tempo la più grande motivazione per tornare ai suoi livelli – quel Michael Jordan rientrato dall’esperienza nel baseball e tornato sui suoi passi dopo l’annuncio del primo ritiro. I muscoli del numero 54, uniti allo strapotere di un giovanissimo ma già dominante Shaquille O’Neal, mettono la dirigenza di Chicago di fronte alla sfida più difficile: trovare un giocatore fisico, capace di incidere in difesa, e allo stesso tempo disposto a sacrificare gran parte del suo gioco offensivo in una squadra con equilibri già acquisiti ormai. La scelta cadrà su un insospettabile come Dennis Rodman:

L’ala grande è una figura chiave della pallacanestro. Spesso fa la differenza tra la vittoria e la sconfitta. Ci serviva qualcuno in grado di prendere una decina di rimbalzi a partita, piazzare un po’ di stoppate e tenere a bada degli armadi a quattro ante come Karl Malone, Charles Barkley, Charles Oakley eccetera. Nessuno era più adatto a quel compito di Dennis Rodman. Credetemi, sapevo bene di cosa era capace. In campo e fuori. Ero io quello che aveva dovuto farsi dare sei punti di sutura sul mento dopo che Dennis mi aveva buttato fuori dal campo con uno spintone in Gara 4 delle finali della Eastern Conference del 1991. Non è una cosa che si dimentica facilmente“.

Fatta la frittata – a detta di molti – il problema successivo era tenere a bada il carattere esuberante dell’ex Pistons e Spurs, reduce proprio dall’esperienza in Texas dove, tra capelli tinti, frequentazioni mondane e falli tecnici il front-office di San Antonio non vedeva l’ora di liberarsene. A fare da garante in questo caso fu addirittura Phil Jackson in persona:

Phil garantì a me e a Michael che i Bulls avrebbero avuto la facoltà di sbarazzarsi di Dennis, se avesse causato troppe distrazioni. Lo avrebbero scritto esplicitamente nel contratto. Buono a sapersi. Ma non si arrivò mai a tanto. Non con Phil, che era bravissimo a gestire tutte quelle personalità diverse, compreso il sottoscritto. E non con veterani come me e Michael, pronti a stare addosso a Dennis in allenamento per farlo arrivare preparato alle partite sera dopo sera. D’altra parte, bisognava essere realistici. Parliamo di Dennis Rodman, che cavolo. Sapete, no? Quello con i capelli di colori strani tatuato dalla testa ai piedi. Quello che alla fine delle partite si toglieva la canotta e la lanciava al pubblico. Quello che era uscito con Madonna.

Poteva succedere di tutto. Chiedete ai San Antonio Spurs, che non vedevano l’ora di scaricarlo dopo averlo preso dai Pistons nell’autunno del 1993. Fin dal primo istante, Dennis aveva dato solo problemi. Non so quale fosse il record di multe e sospensioni in una stagione, ma ero convinto che si fosse ripromesso di batterlo. All’inizio di ottobre arrivò l’ufficialità: Rodman ai Bulls in cambio di Will Perdue. Sono sicuro che più di qualche tifoso a Chicago si sia chiesto: Ma in che casino ci stiamo mettendo?

I primi minuti di Rodman da giocatore dei Bulls

L’inizio di Rodman in maglia Chicago non è dei migliori e sin dalla pre-season tenere a bada il suo focoso carattere sembra un obiettivo fin troppo ottimistico, facendo propendere per una più verosimile sopportazione delle sue veementi reazioni con arbitri e avversari a fronte dell’impegno messo nel Gioco. Dove, e se a dirlo è un maestro come Pippen c’è da credergli, il “Verme” si distingue da subito per conoscenza e preparazione, persino nel complesso attacco triangolo di Tex Winter.

Una cosa era certa: non ci saremmo annoiati. Prendiamo il primo incontro di pre-season contro i Cavs alla Carver Arena di Peoria. Quando Dennis entrò in campo per la palla a due iniziale con i capelli tinti di rosso, il pubblico lo accolse con un’ovazione degna di Elvis Presley. E sarebbe andata avanti così per tutta la stagione. Il che lo colse alla sprovvista, credo, considerando quanto lo odiavano i tifosi di Chicago quando giocava per i Bad Boys. Quella sera chiuse con 7 punti e 10 rimbalzi e si fece coinvolgere in una zuffa-lampo con un giocatore di Cleveland.
Come volevasi dimostrare. Negli otto incontri di pre-season collezionò 5 falli tecnici. Ripeto: pre-season.
Come sarebbe andata nelle partite che contavano davvero qualcosa? Con il passare dei giorni, il suo atteggiamento riservato mi stupiva. C’è il Dennis Rodman saltimbanco e c’è il Dennis Rodman uomo, e sono due persone molto diverse. Al training camp se ne stava quasi sempre per conto suo, a lavorare sui muscoli e sulla tecnica. Spesso era il primo ad arrivare in palestra e l’ultimo ad andare via. Non avevo mai visto nessuno imparare il triangolo così in fretta. Imparare? Lo padroneggiava alla perfezione. Tutti lo tenevano d’occhio, in attesa del minimo passo falso. E lui lo sapeva

Il libro sarà presentato direttamente da Scottie Pippen, con la presenza di Davide Chinellato de La Gazzetta dello Sport, in una conversazione su Feltrinelli Live prevista per martedì 25 gennaio alle ore 18.30. Per partecipare all’incontro basta acquistare il libro e usare il codice che verrà fornito per intervenire in diretta con domande direttamente al giocatore.

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