Un canestro di Green ad Avellino nel 2008
No fear (Ciamillo-Castoria)

Marques Green aveva già vinto

Il più piccolo in campo talvolta risulta essere imprescindibile.

Ricordo bene che in quel weekend di fine gennaio ci giocavamo il torneo di calcetto all’oratorio. Niente di spettacolare nella bassa pavese, ma un discreto escamotage per sfuggire alla noia dei fine settimana freddi, in cui la nebbia fa a cazzotti con il buio che cala anche a metà pomeriggio, costringendo il Don ad accendere ben più di una luce sul campo in cui ci si improvvisava talenti venuti fuori da chissà quale academy calcistica. Papà lavorava anche al sabato, indaffarato dalla serie di consegne distribuite nella settimana appena trascorsa e in quella che sarebbe arrivata. Ma non quel sabato.

“Non prendere impegni oggi”, mi disse a colazione. O forse sto parafrasando, il 27 gennaio 2013 è troppo lontano per ricordarmi con precisione un dettaglio simile. “Oggi devo andare all’oratorio, papà”, cercavo di impuntarmi, con il timore che gli “impegni” venissero sostituiti da un’anonima e circostanzialmente noiosa visita ai parenti. “Ti porto a vedere il basket”. Ecco, forse il torneo di calcetto poteva aspettare: i miei amici avrebbero capito, non perdevano un pezzo così pregiato da non poterlo sostituire in alcun modo, anzi.

E così ricordo che partimmo in direzione Assago. Dal paese in cui ho sempre vissuto, circondato dalle campagne, era più facile muoversi attraversando una serie di piccoli centri abitati disposti quasi come una sorta di villette a schiera: uno dopo l’altro, tutti uguali, con le stesse ambientazioni, senza una virgola fuori posto in un’ipotetica narrazione di un romanziere lombardo. Dopo una mezz’oretta di macchina, ci troviamo in un capitolo ancora parzialmente inesplorato della mia vita: la pallacanestro dal vivo.

Olimpia Milano-Virtus Bologna, Mason Rocca omaggiato dai biancorossi nel prepartita, Peppe Poeta in versione leader dei bianconeri e un giovanissimo Riccardo Moraschini contro quella che, un giorno, sarebbe stata la sua squadra. E poi la Milano dei greci Bourousis e Fotsis, arrivati per le grandi conquiste europee e partiti senza il bottino, la Milano dei giovanissimi Melli e Gentile, di un Keith Langford che scaldava i motori per la stagione successiva, quella del suo exploit nel Vecchio Continente.

La Milano di Marques Oscar Green, che al termine di quella partita – finirà 91-68 per l’allora EA7 Emporio Armani di Sergio Scariolo, che oggi siederebbe sull’altra panchina – sfila insieme ai compagni verso gli spogliatoi, dando il cinque ai fortunati che si sono piazzati all’entrata del tunnel. Capita anche a me, ma il fatto di dover abbassare – e non alzare – la mano per salutare un giocatore di basket mi stranisce. Quando una manciata di secondi dopo lo segue Bourousis, il movimento è opposto e non mi dà alcun tipo di disorientamento.

Marques Green con Bourousis all'Olimpia Milano
“High” five, come con me (Ciamillo-Castoria)

Ma quel playmaker a cui passavo un po’ di centimetri aveva colpito la mia (e quella di molti al Mediolanum Forum) attenzione: non aveva vissuto una prestazione memorabile, ma ricordo che dietro a ogni sua scelta ci fosse una peculiare attenzione, a mo’ di studio. Rimango affezionato a quel Green con la numero 30 – che sarà anche sulla mia prima canotta acquistata, dalla California e con “Curry” sulla schiena -, come potete notare nella mia biografia qui sul sito di Overtime. Penso di non esagerare se dico che Marques sia stato la scintilla che mi ha fatto innamorare del basket. È anche per questo che, quando gli ho proposto di raccontarmi qualcosa sulla sua carriera in occasione del suo compleanno – sono 40 candeline nel giorno della pubblicazione di questo pezzo – e mi ha risposto con un “Whats up man. No problem at all!!!”, un sorriso l’ho abbozzato.

Marques Green before Europe

Il folletto che abbiamo avuto modo di osservare nei suoi tanti anni in Italia nasce a Norristown, Pennsylvania, città gemellata con il comune italiano di Montella: vi lascio quest’informazione apparentemente sciapa qui, ci servirà dopo. Dicevamo, Norristown: non propriamente il luogo più sicuro d’America dove crescere negli anni ’80, ma allo stesso tempo la città in cui Marques inizia ad avvicinarsi alla pallacanestro. In poco tempo, in molti lo riconoscono: la bassa statura lo permette, ma soprattutto è la sua unicità in campo a brillare. Scattante, imprevedibile, grintoso.

Nel 2000 si sposta nella Grande Mela, a St. Bonaventure University, college francescano privato: è un successo. Nel 2002/2003, al suo terzo anno, gioca un basket strepitoso: in 22 partite giocate con 37’ di media a gara, trova 21.3 punti e 7.9 assist, con il 40% dall’arco e l’87% in lunetta. È una mina vagante per le difese avversarie, perché se lo raddoppi trova necessariamente il compagno libero, ma se non lo raddoppi… ti punisce. Viene nominato per il Bob Cousy Award, riconoscimento che premia il miglior play in NCAA – vinto anche da Ja Morant e Kemba Walker, giusto per citarne un paio – e trova un posto nel primo quintetto dell’All-Atlantic 10.

È stimato dagli allenatori di tutto il Paese, comanda la classifica nelle palle rubate e diventa un simbolo, un mito, tanto che a circa 18 anni di distanza dalla sua ultima partita sul parquet del Reilly Center, è stato indotto nella HOF della scuola. Ah, giusto per chiarire: i pantalonci(o)ni che portava in campo erano il suo marchio di fabbrica fin dai tempi del college. Tempi in cui il suo nome ha iniziato a circolare, anche per il modo in cui era stato cresciuto come uomo e giocatore: “Nel corso della mia crescita, ho avuto un sistema di supporto davvero grandioso. A partire dalla mia famiglia, mio padre, i vari allenatori… Non ho mai avuto nessuno che cercasse di fermare lo sviluppo della mia carriera o cose del genere. Ho sempre avuto grandi persone intorno a me che mi hanno incoraggiato e mi hanno motivato: sono stato benedetto da questo punto di vista. Se c’era qualcuno che ha cercato di fermarmi, non ha fatto un buon lavoro di sicuro. Intorno a me ho avuto solo positività”.

Nel 2004 finisce la sua avventura universitaria e, nonostante venga nominato in ben due occasioni nella NABC All-District, premio riconosciuto dai migliori allenatori del panorama NCAA, una chiamata dai piani alti dell’NBA non arriva. La statura, forse. Chissà. Ma a Marques importa relativamente, perché tutto accade davvero molto in fretta nella sua summer of graduation: “Sono stato fortunato e privilegiato perché mi sono laureato a St. Bonaventure il 13 maggio e ho firmato il mio contratto entro il 14 giugno. Un sacco di gente passa tutta l’estate pensando a quale sia la prossima mossa, e non sanno cosa faranno: non sono passato da questa situazione. Non c’era ansia, nessuna enfasi su dove avrei giocato l’anno successivo. È stato immediato. Jean-Denys Choulet, l’allenatore di Roanne, è venuto in Carolina del Nord, in questo camp dove mi trovavo. Non mi aveva mai visto giocare al college, ma ricordo che mi disse: “Ehi, voglio ingaggiarti”. Sono stato benedetto, non ho dovuto affrontare niente. Era solo un qualcosa del tipo “Ehi, abbiamo un contratto per te, pronto da firmare già in palestra“. E quindi che Francia sia, prima a Roanne e poi a Nancy, dove sfiora la vittoria del campionato francese e si afferma come uno dei volti nuovi più intriganti del campionato, di certo non uno dei più competitivi d’Europa. Se si parla di competitività e livelli più alti, bisogna spostarsi in Spagna, Italia, Grecia, Turchia; vada per l’ultima, visto che arriva la chiamata del TED Ankara Kolejliler, nella capitale. I numeri sono spaventosi per un giocatore di quella taglia: medie da 18.5 punti, 5.9 rimbalzi, 7.3 assist e 3.5 palle recuperate a partita, con il 42.9% dal perimetro e il 91.4% ai liberi. Le sirene arrivano da un altro dei Paesi citati in precedenza, dando via a un amore destinato talvolta a interrompersi temporaneamente, ma che certamente non sarebbe mai terminato.

Irpinia

Per preparare nel migliore dei modi quest’omaggio scritto a Marques Green, ho pensato di contattare Marco Boniciolli – reduce di fresca vittoria in Coppa Italia (guarda un po’ i casi della vita) A2 con l’APU Udine, che ringrazio infinitamente per la disponibilità -, il primo a portarlo in Italia. Nel corso della nostra chiacchierata, sono rimasto estasiato dalle parole del Coach, che ho deciso di riportare integralmente perché vere e proprie istantanee proiettate nel passato. E il suo racconto sull’arrivo di quello che sarebbe stato il leader in cabina di regia della sua AIR Avellino è sintomatico del carattere unico di quel piccolo grande dominatore dei parquet.

Tutto nasce dal secondo ingranaggio nella premiata ditta Green-Williams, asse fondamentale nei successi di quell’anno: “Io ricevetti dalla famiglia Ercolino l’incarico, oltre che di capo allenatore, anche di GM, venendomi affidato il compito di costruire la squadra. Il mercato era già andato un po’ avanti, perché credo che si trattasse dei primi di luglio. Feci riferimento al solito gruppo di agenti italiani che conoscevo e sul pivot avevo già un’idea chiara: Eric Williams, che l’anno prima era stato scelto da Pino Sacripanti a Cantù ed era l’unico giocatore di cui Harold Jamison, il mio centro dell’anno precedente con il quale ci eravamo salvati, aveva paura fisica in campionato. Dunque, il centro era già scelto, anche perché Cantù non lo riconfermava e quindi lo prendemmo noi. Come al solito, cercavo di cominciare a costruire la squadra con un asse play-pivot”.

E quindi tocca cercare questo play: “Mi arrivarono dei video di questo ragazzo che al tempo giocava in Turchia ed ebbi la fortuna di vedere una partita. La cosa che mi colpì molto…”. Qui si interrompe, per introdurre una permessa importante, che fa andare ben oltre il valore effettivo del giocatore: “Ci fu una valutazione di natura tecnica e una “di marketing”, diciamo. Quella tecnica fu questa: dopo una partita tra il TED Ankara e una squadra di alto livello (dovrebbe trattarsi della sfida al Banvit considerate le prestazioni di quell’anno e il ricordo del Coach, ndr) fu incredibile vedere come fosse palese che quando c’era in campo lui, che segnò anche molto, cosa non nelle corde di Marques, la squadra sembrava avere la fluidità dei migliori Golden State Warriors; appena andava in panchina, la squadra si manifestava per quelle che erano le sue poche qualità. Gravato da un minutaggio molto alto, perché l’allenatore lo metteva in panchina per il minimo indispensabile, vinsero la partita ma Marques sbagliò il tiro della sicurezza, diciamo. Poi gli altri avversari ebbero un tiro per vincere, ma lo sbagliarono. Festa clamorosa, e io ho la fortuna di vedere l’uomo volante della televisione turca che, mentre sono in atto le celebrazioni, va da Marques e gli fa una domanda in merito alla sua grande prestazione; vidi questo giovane uomo sui 25/26 anni con una freddezza come se stesse parlando di una cosa capitata a un estraneo, invece di festeggiare per una grandissima vittoria, dichiarare: “Un giocatore come me non può permettersi di sbagliare quel tiro”. Non commentò la gara, non commentò le decine di cose buone che aveva fatto in termini di difesa, rimbalzi, assist o palle recuperate. Mi colpì molto la personalità. Visto quel video e visionati altri, decisi di andare dal suo agente di allora e firmarlo perché non aveva mercato in quel momento, prendendolo a una cifra bassissima. Come al solito, il dubbio era sulla sua statura”.

Ricordate la pausa di Boniciolli in precedenza? C’erano state due valutazioni: una tecnica, legata al potenziale del ragazzo e alla forte personalità che aveva sfoggiato in campo, e una che esulava dal campo, tra molte virgolette. La spiega così il primo allenatore italiano nella carriera di MG4: “Poi ci fu anche una mia idea “di marketing”, perché pensai questo: se in una città come Avellino azzecchiamo la scelta di avere come uomo guida della squadra un ragazzo di 168 centimetri, abbiamo fatto bingo. Diventeremmo una squadra nella quale i ragazzini possono identificarsi, perché Marques non era nulla dal punto di vista fisico”. Ecco la magia, quella che lo porta ad Avellino e la stessa che ha trasmesso a me – così come a tanti altri iniziati allo sport – alla prima partita di pallacanestro che ho visto dal vivo. Un magnete che non perde attrazione, un elemento apparentemente in contraddizione con l’ambiente che lo circonda, ma che risulta essere l’ingranaggio necessario per far funzionare la macchina.

Un ingranaggio dalla personalità importante, come sottolineato da colui che l’ha voluto portare in Serie A e come detto dallo stesso Marques Green: “Ovviamente non sono stato il giocatore più alto che ci fosse, quindi devo una buona parte dei miei successi sportivi alla mia personalità e al mio carattere, che ho forgiato grazie agli insegnamenti di mio padre e a tutti gli allenatori che hanno sempre riposto la loro fiducia nei miei confronti. Sono benedetto da questo punto di vista”.

Il playmaker di Avellino nel 2008
Marques Green, O’ wolf (Ciamillo-Castoria)

E la macchina Avellino, con al volante Marques e Coach Boniciolli ai box, faceva paura a tutti con il rombo del suo motore: “Cercammo fino all’ultimo di portare il giovane Gigi Datome come 3, ma alla fine virammo su Alessandro Righetti che però feci giocare da guardia, e poi gli altri due acquisti. Oltre a Nikola Radulovic, l’altro grande colpo fu Devin Smith, che arrivava da una retrocessione in LEB Gold in Spagna. Quell’anno fu una stagione incredibile. Io chiamai il suo agente e vidi un giocatore straordinario, dicendogli: “Ma com’è possibile che uno così a metà luglio sia ancora libero?”. Mi rispose: “Il mercato lo definisce troppo lento per giocare da 3 e troppo piccolo per giocare da 4. In più, viene da una retrocessione…”. Quel quintetto composto da Green, Righetti, Smith, Radulovic e Williams, giocatori dalla grande comprensione del gioco, aggiungendo altri come Cătălin Burlacu e Stalin Ortiz che fecero un buon campionato, oltre a Daniele Cavaliero in uscita dalla Fortitudo durante la stagione, ci fece rendere conto del fatto che avevamo costruito una squadra straordinaria”.

Apoteosi

La stagione inizia con qualche battuta d’arresto, seppur contro squadre dal valore assoluto: arrivano tre sconfitte con Montegranaro e le due finaliste della stagione precedente, Siena e Virtus Bologna, con un accoppiamento che mette subito alla prova il neoarrivato con la maglia numero 4, visto che contro i toscani si trova di fronte un Terrell McIntyre reduce da un’annata da MVP, che in quella gara firma 27 punti e 8 palle recuperate. Coach Boniciolli mi ricorda quell’avvio: “Noi cominciammo non bene, tant’è che si parlava di un mio esonero. Ci fu un grande gesto di lealtà da parte di Zorzi, che rifiutò di sostituirmi nonostante fosse un allenatore che ha scritto la storia della nostra pallacanestro”. Ma la AIR Avellino è un diesel e lo dimostra a partire dalla successiva gara contro Udine, il 14 ottobre 2007: inizia una striscia che vedrà gli irpini perdere solamente 4 volte – contro Biella, Roma, Rieti e ancora Montegranaro – in 20 partite. Marques Green è metronomico e, talvolta, sale in cattedra prendendosi la scena, come con i 33 punti, 12 assist e 7 rubate contro Capo d’Orlando. Oppure bissando nuovamente il numero di passaggi decisivi nel derby campano contro Napoli, senza dimenticare il successo esterno contro la Milano di Danilo Gallinari.

Avellino stacca il pass per la Final Eight di Coppa Italia che si sarebbe giocata a Casalecchio di Reno. È la prima volta nella sua storia, da quando la competizione si decide con questo formato; il girone d’andata, d’altronde, è stato un successo: quinto posto in campionato dopo aver raggiunto di un soffio la salvezza nel 2006/2007, con un cambio di rotta che si è notato fin da subito. La squadra gira e Boniciolli lo ricorda bene: “Io ho avuto la fortuna di vivere altre Final Eight, l’anno successivo persi la finale di un punto contro Siena sulla panchina della Virtus Bologna. La squadra era molto forte e ne era consapevole. Come sempre in queste competizioni molto concentrate noi arrivammo pronti fisicamente a sostenere l’urto di tre partite in meno di tre giorni. C’era una squadra che già in quel momento della stagione, anche grazie alla straordinaria capacità di Tonino Zorzi, si basava molto sui giochi di lettura oltre che di esecuzione. Oltre a Marques che giostrava il tutto, avevamo quattro giocatori che conoscevano la pallacanestro in maniera fine e sottile, perché Righetti era uno scienziato, Devin Smith ha fatto una carriera europea straordinaria, Radulovic da 4 era un play aggiunto ed Eric Williams dal post basso non era spostabile ed era uno straordinario passatore quando lo raddoppiavano: c’era una base di gioco davvero di altissima qualità. Giocammo queste tre partite una meglio dell’altra: la prima contro Montegranaro, la seconda con Biella e poi la finale contro la Virtus”.

La prima, contro Montegranaro: 69-73, una rivincita sadica dopo le due sconfitte in campionato, fatta di sofferenze ma sempre in controllo, nonostante i tanti tentativi di rimonta guidati da Luca Vitali e Kiwane Garris, con Marques Green che mette in cassaforte l’accesso alla semifinale con i liberi della sicurezza. La seconda, contro Biella: 63-77, con sei uomini in doppia cifra e un Daniele Cavaliero in più. Jerebko e Hunter non possono nulla contro gli irpini, ormai lanciati verso la finalissima. Il lupo nella tana del nemico, la Virtus Bologna spinta dal suo pubblico.

Sento un tremolio nella voce del Coach quando mi racconta di quella finale, nonostante lo faccia con minuziosa memoria, lasciando che i dettami tattici andassero a braccetto con la spinta emotiva che trascinava quella squadra: “Utilizzammo una rotazione molto profonda e poi, come spesso mi è capitato in manifestazioni del genere, nel momento di massima difficoltà, con la finale che si giocava a Bologna in campo neutro contro la Virtus (ride, ndr), ho preparato qualcosa che non era stato “scoutizzato” da nessuno: in quell’anno optai per la 1-3-1. Nel momento in cui la Virtus prese il comando della partita dopo che noi eravamo stati avanti nel primo tempo, schierammo la 1-3-1 contro la quale loro andarono a sbattere e riuscimmo ad arginare una squadra fortissima, molto ben allenata da Renato Pasquali, riprendendo in mano le redini della partita. E poi con Marques, Devin, Nikola non la lasciammo più. La cosa magnifica fu che, prendendo numeri a caso ma per capirci, al quarto di finale c’erano 200 avellinesi, in semifinale 1500 e durante la finale saranno stati 3000: un esodo, un coinvolgimento da parte del pubblico straordinario. Mi è capitato quest’estate, durante il ritiro in montagna in Friuli con Udine, che tre clienti dell’albergo di Avellino siano venuti a salutarmi: abbiamo ricordato con gioia quel momento, che per la città è rimasto nella storia”.

Matteo Boniciolli festeggia la vittoria in Coppa Italia
“Alleni da 25 anni e sogni una roba del genere” (Ciamillo-Castoria)

Se si guarda alla bacheca di una storica società ormai caduta nel baratro come Avellino, quel trofeo è l’unico conquistato dagli irpini in campo cestistico. Un trofeo arrivato con l’inerzia del momento, con dei protagonisti (Marques Green e Devin Smith) arrivati come “occasioni di mercato” e trasformatisi in tasselli fondamentali di un puzzle vincente. Marques – che al termine della gara spende ai microfoni queste parole – mi parla con rimpianto di quella stagione, una sensazione agrodolce: “Sai cos’è pazzesco? Ne parliamo spesso con Devin: quando sei parti di un qualcosa e lo vivi, non sai quanto sia bello finché non è finito. E così ci siamo goduti il tempo lì, ma non credo che l’abbiamo fatto come avremmo dovuto. Eravamo tutti giovani, era bello mentre vivevamo quello spogliatoio ed è stato fantastico vincere. Matteo è stato grande con noi, e abbiamo avuto un sacco di giorni liberi (ride, ndr)! Ho trascorso molto tempo lì con la mia famiglia, ma avrei voluto potermi divertire ancora di più. Ce ne siamo resi conto tutti dopo la stagione: a giugno abbiamo organizzato una cena fuori tutti insieme, ognuno con la propria famiglia. E ci siamo detti che quella appena trascorsa era stata davvero una buona stagione, che era stato divertente. Abbiamo avuto alcuni alti e bassi, ma non si può tornare indietro nel tempo, questa è la parte sfortunata. Quindi, un appello a tutti i ragazzi: godetevi il momento, godetevi il momento”. Enjoy the moment.

Penisola

Avellino torna a casa da Casalecchio di Reno con una Coppa Italia in più e molte insicurezze in meno. La squadra c’è ed è ricca di elementi che si completano a vicenda, ma la sensazione è che senza il capotreno che indirizza il vagone biancoverde sulle rotaie la strada verso il successo possa essere molto più tortuosa del previsto. E come all’inizio della stagione, arrivano tre sconfitte consecutive che sembrano riportare gli irpini in mezzo ai terrestri: Marques ha difficoltà al tiro e le difese avversarie fanno capire di aver puntato molti più occhi su di lui.

In qualche modo, però, quella sembra essere la stagione del destino: nelle ultime otto in regular season, arriva solo una sconfitta per mano di Milano. Le altre sfide sembrano passeggiate, con Marques Green che va in doppia doppia con punti (15) e rimbalzi (12!) contro Napoli, per poi servire 16 assist ai danni della Benetton Treviso. Un rendimento tale da farmi venire un dubbio: nessuna big europea ha bussato alla porta della AIR Avellino per lui nel corso della stagione, a maggior ragione dopo il successo in Coppa Italia? Mi chiarisce il tutto Coach BoniciollI: “Durante l’anno non ci fu nessuno che fece offerte, e nemmeno i suoi agenti ci chiamarono per dire “andiamo da qualche parte”. Siccome Marques è stato ed è un uomo intelligente, e lo conferma il riconoscimento che di recente gli è stato offerto dalla sua università, ha capito che ogni minuto in più trascorso con quel gruppo di lavoro sarebbe stato un investimento, come poi è effettivamente accaduto, per il resto della sua carriera. Non vorrei dire sciocchezze, ma se quello che mi disse Bogdan Tanjević (allenatore del Fenerbahce fino al 2010, a tre anni dall’inizio dell’era di Zeljiko Obradovic, ndr) a suo tempo era vero, lui andò a guadagnare dieci volte tanto quello che guadagnava ad Avellino: e dieci volte tanto è tanta roba, eh!”.

Già, perché la chiamata dai piani alti del basket europeo, alla fine, arriva. Avellino si piazza terza in campionato trovando una storica e unica qualificazione in Eurolega, ma Marques Green non la giocherà con i campani. Lo vogliono al Fenerbahce, dove va a condividere lo spogliatoio con una leggenda come Mirsad Türkcan, un ex veterano NBA come Gordan Giriček e un giovanissimo Enes Kanter. Giocherà poco e la sua esperienza in Turchia durerà solo un anno, prima di tornarci successivamente con il TED Ankara nel 2014/2015. Nel mezzo, il richiamo dell’Italia, ormai una seconda patria per lui. Giocherà per Pesaro, Milano, Sassari – dove vincerà ancora una Coppa Italia nel 2014 insieme ai cugini Diener e Caleb Green, battendo in ordine Olimpia, Reggio Emilia e Siena -, Venezia, Piacenza e Jesi.

Giocherà innamorato del nostro campionato e legato ai propri tifosi: “La passione dei fan mi ha sempre legato al campionato italiano. Credo di averlo detto nei miei primi anni in Italia: si va in qualsiasi arena, in qualsiasi partita, non importa dove, e i fan sono così appassionati che ti fanno sentire un’energia incredibile, facendo in modo che tu possa giocare meglio. Anche se i tifosi sono contro di te. Questo non accade ovunque, quindi è bello e stimolante giocare in Italia”.

Marques Green con la Dinamo Sassari
Another one (Ciamillo-Castoria)

Di certo, però, non ha preso determinate decisioni da solo. Ha sempre avuto un grosso aiutante che potesse accompagnarlo nelle sue scelte: “Gesù mi ha aiutato in ogni scelta, durante tutto il percorso della mia vita. Quando le squadre venivano a contattarmi, io parlavo sempre al Signore fino alla direzione in cui dovevo andare: “Dovrei o non dovrei prendere questa strada?”. Ed è davvero così semplice: “Hey, è qui dove vuoi che vada? Cool, non c’è nessun problema”. Ovunque io sia, incontro grandi persone e sono circondato da grandi persone: non può essere una coincidenza. E nel caso in cui non lo siano, imparo da esse. Quindi, il nostro compito è solo quello di essere obbedienti, servi del Signore seguendo il suo cammino”. Blessed.

Marques Green era un Lupo

Nella lista delle squadre per cui ha giocato in Italia, ho volutamente omesso Avellino. Sì, perché dopo aver tentato la strada del Fenerbahce (e aver sposato per qualche mese la causa del Cedevita Zagabria nel 2012), l’aria di casa è tornata a farsi sentire attorno a Marques Green.

La città che l’ha accolto nella sua prima esperienza italiana, quella che lo ha riabbracciato in altre occasioni: dal 2010 al 2012 dopo Pesaro, dal 2015 al 2017 dopo il TED Ankara. Un luogo speciale, che descrive così: “Stavo già giocando professionalmente, ma Avellino è stata la prima città in cui sono venuto in Italia: è sempre stata una città speciale per me. Ho ancora un sacco di amici lì. È una piccola città, molto orientata alla famiglia; molti avellinesi conoscono anche la mia famiglia. È stato fantastico, ed è anche il posto dove è nato il mio figlio maggiore, il mio primo di quattro figli (tutti dal nome che inizia con la lettera L, ndr). È decisamente un posto speciale: ho incontrato delle persone fantastiche, come ho detto. Ho vinto la Coppa Italia lì e uno dei miei compagni di squadra è uno dei miei migliori amici ora: Devin Smith. Naturalmente è un posto stupendo, così come tutto il sud Italia”.

Ancora una F8 di Coppa Italia con Avellino nel 2016
Ritorno a casa per Marques Green (Ciamillo-Castoria)

Avellino che, dopo una stagione 2008/2009 che verrà confezionata negli annali del passato recente nel panorama cestistico italiano, è rimasta nel cuore anche di Matteo Boniciolli, che prova a spiegarmi anche la vicinanza che si è venuta a creare tra il suo playmaker e un ambiente tra i più calorosi che ci fossero in Serie A: “La realtà è che in città dove si vince tantissimo, i campioni che hanno portato le vittorie verranno sempre ricordati con piacere dal pubblico. In una città dove dal punto di vista sportivo si è vinto meno, è chiaro che i protagonisti di quell’impresa siano rimasti nell’immaginario collettivo. Avellino è una città con una grande e sincera passione per la pallacanestro”.

Una città con grande e sincera passione, in cui Marques Green tornerà a tratti – e dove marcò il record di assist (20, sì avete letto bene) in una singola partita di Coppa Italia, nel 2011 contro Milano -, intervallando esperienze in altre compagini dove ha sempre mantenuto lo stesso livello prestazionale: “Da quel momento in poi, io andai via e Marques andò al Fenerbahce: da lì ha giocato una carriera d’altissimo livello, da Sassari a Milano e spesso venendo chiamato per rimediare delle situazioni. Credo che solo a Pesaro venne chiamato subito per ricomporre quella coppia meravigliosa con Eric Williams, grazie a cui avevamo trovato risultati importantissimi, perché non va dimenticato che quell’anno avevamo anche raggiunto il terzo posto in campionato, che voleva dire Eurolega. Cioè, l’Eurolega!”.

Ah, ricordate che in precedenza abbiamo messo da parte Norristown e il suo gemellaggio con Montella? Bene, ripescate quest’informazione. Questo piccolo centro urbano di circa settemila anime, a 560 metri sul livello del mare e circondato da foreste di castagni, è infatti in Irpinia. In provincia di? Avellino. Tutto torna.

Marques Green, a simple man

La mossa di “marketing” di Boniciolli, alla fine, ha funzionato. Ci fosse il modo di tornare indietro nel tempo per chiedere a un campione di giovani avellinesi quale fosse la persona più importante per loro in quel determinato frangente della propria vita, probabilmente la risposta non sarebbe stata “la mia fidanzata”, “mio/a padre/madre” o “Riccardo Maniero”, in quel momento bomber calcistico dell’US Avellino. Marques Green, sarebbe stata con ogni probabilità la risposta. Coach Boniciolli, mentre lo ringrazio perché la nostra chiacchierata va verso la conclusione, cerca di spiegarmi perché: “Marques è stato un giocatore che ha sempre esercitato su tifosi e compagni di squadra un magnetismo clamoroso. Mi ricordo che all’inizio della stagione, quando arrivò Nikola Radulovic, abituato alla pallacanestro della ex Jugoslavia con una tradizione di un certo tipo, vedendo questo playmaker di 168 centimetri mi disse: “Matteo, ma chi cazzo hai preso?”. Dopo due settimane, era innamorato di Marques Green. Perché aveva un controllo sulla squadra totale, con tempi di passaggio incredibili, nel senso che chiunque fosse libero gli arrivava la palla in mano non un secondo prima e non un secondo dopo. Tiratore da tre punti di alto livello, soltanto quando serviva e nel momento in cui il sistema non funzionava. E poi soprattutto, e questa era una cosa entusiasmante sia dal punto di vista tecnico che da quello emozionale, in quell’anno là cercavano di portarlo in post basso tutti, ma non ce ne fu uno che lo mise in difficoltà”.

Insomma, Marques Green era un po’ tutto: catalizzatore offensivo, ottimo difensore on e off the ball, rubatore di palloni come pochi nel nostro campionato, passatore egregio – terminerà la carriera con 1446 passaggi chiave per i compagni, nell’Olimpo dei playmaker dove militano nomi come Riccardo Pittis, Andrea Cinciarini e Gianmarco Pozzecco – e talvolta rimbalzista di fiducia. Mi incuriosisce, però, sapere quale caratteristica del suo gioco lo entusiasmasse di più: “Personalmente, ho sempre preferito fornire assist piuttosto che segnare. Era un po’ come giocare a scacchi in un certo senso, per essere in grado di abbattere la difesa e trovare il compagno libero per tirare, oppure nella miglior situazione possibile per aggiungere punti: mi ha sempre dato più emozioni. Ma molte volte ho dovuto fare ciò che la squadra aveva bisogno da me: essere in difesa piuttosto che semplicemente controllare il gioco facendo assist o segnando. La cosa principale è che volevo solo rendermi disponibile in tutto ciò di cui la squadra aveva bisogno”.

Chiudendo la parentesi tecnica e aprendo leggermente quella umana per poi socchiuderla, succede che a un certo punto della nostro incontro su Zoom, tra un fuso orario e l’altro, mi ricordi di una delle domande forse più banali che mi ero preparato, ma necessarie in un’intervista con un giocatore americano che decide di trascorrere la carriera professionistica al di là dell’Oceano. Il mio dubbio riguarda quanto sia stato difficile stare lontano da casa: “Le difficoltà riguardavano l’essere lontano da casa, con una cultura e uno stile di vita diversi. Ma mi è capitato solamente all’inizio della mia carriera europea: dico sempre che giocavo in Francia ma non vivevo in Francia, perché non mi interessava la cultura e tutto ciò che andasse oltre il campo da basket. Ero così giovane, non andavo da nessuna parte rimanendo chiuso nel mio appartamento; uscivo solo per andare alle partite. Ma poi, una volta arrivato in Turchia, ho incontrato persone fantastiche, alcuni americani che lavoravano lì, e ho iniziato davvero ad abbracciare la cultura europea in luoghi diversi. Da lì ho avuto modo di conoscere la città, la gente e tutto il resto. Quindi la mia esperienza in Europa è stata meravigliosa, lo dico sempre alla gente. Non ho lamentele, si è adattata davvero al mio stile di vita: sono un tipo chill, solo famiglia e relax. Inoltre, c’erano un sacco di cose da fare, mi sono divertito molto con gli amici e la mia famiglia lì. Così ho avuto il meglio di entrambi i mondi. È stato perfetto per me”. A great player, a simpler (family) man. That’s it.

Non ho molto da chiedere in più a Marques Green, quello che non ho mai nascosto essere uno dei miei idoli cestistici. Non lo do a vedere, ma sono visibilmente emozionato. Ho solo una sola, semplice, ultima domanda: “Marques, ti manca la pallacanestro?”. “È strano. Ho i miei momenti in cui la risposta è decisamente sì: vanno e vengono, non succede spesso. Mi manca la preparazione per la partita, lo scouting sugli avversari, i video, il viaggio in pullman, il nervosismo di non sapere se giocherai bene o no. Capitava a volte che avessi mangiato tutto nel modo giusto, facendo stretching correttamente ed essendo pronto mentalmente; e nonostante tutto ciò, giocare male: mi manca quello! (ride, ndr). Sto allenando un po’ adesso, quindi è utile, ma quel tipo di vita è finita. Può essere difficile, perché non si può tornare indietro, non c’è nulla che si possa fare a riguardo”. Non contento, lo incalzo: “Quindi ti manca, Marques?”. “A volte mi manca, di sicuro”.

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