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Un sorriso cercato (Luigi Canu/Ciamillo-Castoria))

Massimo Chessa e la Dinamo Sassari sono una cosa sola

Il Tamburino Sardo viaggia al ritmo del suo popolo, e incarna lo spirito di una terra intera.

Una terra sconfinata, ma ristretta. Che non si confida subito, ma quando meno te lo aspetti ti immerge nei suoi sapori, nei suoi odori. Nei suoi colori. La Sardegna è una spruzzata di tempera indefinita su una tela d’acquarello. Un mix di verde smeraldo, avorio e blu di cobalto. Uno di quei posti che ti fanno perdere la testa.

E se nasci in Sardegna, non puoi che assorbire tutto ciò che ti circonda, in maniera ancor più incisiva di un forestiero di passaggio. Sono secoli di storia che ti precedono, ma anche l’introversione di un popolo intero che, per forza di cose, se ne sta nel suo. E sono i sorrisi spontanei, genuini.

La Dinamo Sassari rappresenta in pieno tutto ciò. Il sentimento e lo spirito di un popolo che non vuole altro che emergere contro il Continente. E ci è riuscita con delle cavalcate meravigliose, nel recente passato. Il 2015 è stato l’apoteosi, con una squadra ormai diventata di culto. Nell’anno del Triplete, negli ultimi posti della panchina di Meo Sacchetti, sedeva un ragazzo in attesa del suo momento.

Era passato dal bagher al tiro da tre all’età di otto anni, e da lì in poi la Dinamo è diventata un obiettivo, una luce da rincorrere. Ce l’ha fatta, per cinque anni, prima di spostarsi e tornare. E poi spostarsi, e poi ritornare. Con Sassari come stella polare. Massimo Chessa è sempre stato qui, anche quando girava l’Italia con le maglie di Biella, Torino, Verona, Trapani, Roma e Napoli.

“Questa è casa mia. Vivo qui, mio figlio è nato qui e la mia compagna è di Sassari. Tutto ruota attorno a Sassari. Giocare per la Dinamo è una seconda famiglia per me, perché sono qui da tanti anni e conosco tutti i componenti del club, molti dei quali con cui sono cresciuto. Penso a Jack e Vanuzzo come compagni, ma anche tutti i fisioterapisti, lo staff tecnico. È sempre una grande emozione rappresentare Sassari, perché l’aria che si respira qui difficilmente l’ho vissuta da altre parti. È sempre bello, come se fosse una prima volta ogni partita”, spiega al telefono mentre si dirige all’ennesimo allenamento della sua vita in maglia Dinamo.

Nonostante lo possa sembrare, non è retorica. Per un ragazzo che ha dovuto cercare di affermarsi lontano dai luoghi della sua quotidianità, dall’infanzia ai primi anni in cui la vita ti dà del tu, il volere ritrovare gli scorci, il vento e le vibrazioni che un sardo può trovare solamente in Sardegna è del tutto comprensibile.

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La specialità di casa Chessa (Luigi Canu/Ciamillo-Castoria)

Le andate e i ritorni di Chessa

Come detto, però, il suo è un viaggio che tocca tante sponde, e non solo che si affacciano sul Mediterraneo: “Io ho iniziato la mia carriera proprio qui, e ho fatto quattro anni di A2. Dopo che avevamo perso la finale con Cremona per salire, ho avuto la possibilità di andare in Serie A con Biella, cogliendo subito l’opportunità. Da lì ho iniziato a girare, sono tornato e sono riandato via. Sicuramente uscire dalla comfort zone ti aiuta tanto, anche a livello personale, come crescita. Dal punto di vista della pallacanestro ma anche nella vita”.

Un percorso che, volente o nolente, è stato affrontato anche da un altro figlio di Sassari, quel Marco Spissu che ha visto crescere ed imporsi come leader di una squadra, di una terra, della gente che vive di Dinamo. “Anche Marco è andato via, ha cercato spazio in ogni campionato ed è stato in crescendo fino a quando è tornato a Sassari. Lo conosco da quando è piccolo, perché veniva a vedere tutti gli allenamenti, a pulire il campo durante le partite. È un fratellino per me. Sta facendo una grandissima carriera, sempre in crescita. Speriamo di vederlo presto in EuroLega di nuovo, perché se lo merita e ci può stare benissimo, come ha già dimostrato”.

Da quando è tornato per l’ultima – e molto realisticamente definitiva – volta al PalaSerradimigni nel gennaio 2021, Massimo Chessa ha indossato i panni dell’uomo spogliatoio in grado di puntellare le necessità della compagine guidata da Piero Bucchi, che aveva già creduto in lui ai tempi della Virtus Roma.

Un ruolo che comprensibilmente non porta molte responsabilità nei minuti chiave delle gare sul parquet, ma che ti tiene all’erta, perché il momento del bisogno può arrivare all’improvviso. E infatti, contro la VL Pesaro di Jasmin Repesa, il 34enne sassarese si è preso uno spazio mai stato così ampio nella storia delle sue parentesi casalinghe, sfruttando l’occasione con 15 punti, 4/4 dal perimetro e 3/3 a tempo fermo.

Una prestazione indimenticabile, la migliore dal punto di vista realizzativo con la sua Dinamo: “È stato molto emozionante. Forse in casa al palazzetto non avevo mai giocato così bene. L’ultima partita ottima che avevo fatto era stata in LegaDue anni ed anni fa. È stato molto bello, in una fantastica vittoria di squadra perché venivamo da una brutta sconfitta a Napoli ed avevamo voglia di giocare una bella partita. Felicissimo di aver giocato così davanti a mio figlio, perché è molto appassionato e si diverte molto durante le partite. Sono molto contento”.

Partite del genere sono una rarità nella carriera di Massimo Chessa, se la circoscriviamo ai suoi anni con la Dinamo Sassari ai piani alti della pallacanestro italiana. Per quanto possa essere in contraddizione con quanto detto finora, però, c’è stata una notte in cui il Tamburino Sardo, come l’hanno chiamato spesso, si è infiammato con il suo affidabilissimo tiro da tre anche a 2500 chilometri di distanza da casa.

Nella magica stagione 2014-15, quando la Dinamo Sassari si è regalata una serie di scontri con le migliori compagini europee, ed una squadra storica in EuroLega come lo Zalgiris Kaunas. Quella magica notte, seppur conclusasi con una sconfitta, ha mostrato all’Europa quanto fosse prezioso avere Massimo Chessa in rotazione.

14 punti per prima tenere a galla e poi portare in vantaggio i suoi, nel palazzetto che quest’anno ospiterà per la prima volta nella storia le Final Four: “Quella partita era molto strana, perché siamo andati subito sotto di 20, e mi ricordo che Meo aveva messo un quintetto atipico con gli italiani, e molti americani in panchina. Piano piano siamo riusviti ad arrivare punto a punto, siamo andati in vantaggio e poi abbiamo perso allo scadere per un canestro con fallo sulla sirena di James Anderson. Una partita incredibile, perché avevo fatto 14 punti e non mi aspettavo sinceramente neanche di giocare, perché non giocavo quasi mai in EuroLega”.

Come ricordato dallo stesso Massimo, una stagione dura, durissima. Ma indimenticabile. “Era un campionato totalmente diverso, perché c’era un’atmosfera incredibile. Ogni partita era una battaglia, infatti quell’anno concludemmo solo con una vittoria, proprio contro lo Zalgiris in casa. La cosa che mi ricordo come se fosse accaduto oggi è la velocità d’esecuzione, la fisicità delle partite. Non potevi rilassarti nemmeno un minuto perché rischiavi di andare sotto di 15. Una competizione completamente diversa da quella a cui siamo abituati”.

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Devotion (Dinamo Sassari)

Massimo e Jack

Nel suo secondo ritorno a casa a gennaio 2021, dopo aver concluso con l’interruzione dei campionati nell’anno precedente la sua avventura con Napoli in A2, era stato scelto da Gianmarco Pozzecco, suo idolo, per sostituire Jack Devecchi, che ha sposato la Sardegna dopo un prestito annuale nel 2006, che si è prolungato in un binomio inossidabile che lo ha reso bandiera storica del club.

Una questione di famiglia, ormai: “Con Jack ho un rapporto fraterno, perché ormai ci conosciamo da tantissimi anni, ci sentiamo, ci frequentiamo e ci siamo sempre sentiti quando non giocavamo assieme. È un rapporto bellissimo. Lui ormai è sassarese, frequentiamo un sacco di persone in comune anche fuori dal basket”.

Nell’attuale roster a disposizione di Piero Bucchi, Massimo Chessa e Jack sono i veterani di più lunga data nel nord della Sardegna, ed è naturale che si predispongano come figure a cui fare costantemente affidamento, soprattutto da parte dei tanti volti che vanno e vengono dalla Sardegna ogni estate, per fermarsi anche sul campo dopo qualche bracciata in mare.

Chessa stesso lo conferma, ma ancora una volta sottolineandone la naturalezza, in un ambiente conviviale come quello sassarese: “All’interno dello spogliatoio ci comportiamo in maniera semplice, cerchiamo ogni anno di trasmettere serenità al gruppo, quelli che sono i valori della Dinamo, cercando di essere d’appoggio ai nuovi che arrivano, e di essere d’esempio con il lavoro durante la settimana e fuori dallo spogliatoio per qualsiasi cosa ci siamo sempre”.

Con Jack Devecchi, è stato protagonista di tante battaglie vissute in maglia Dinamo Sassari, dai primi anni in A2 alle innumerevoli sfide nella rivalità con la Reyer Venezia. Dalle partite giocate in EuroLega alle tante vittorie in campo nazionale. Massimo Chessa, infatti, ha vinto quattro dei sei trofei conquistati dai biancoblu nella propria storia: la Coppa Italia del 2014 ed il Triplete del 2015.

Chissà, quindi, che nei suoi ultimi anni di carriera in Sardegna non possano arrivarne altri. “Vincere è bello, l’ho vissuto in prima persona e quindi non mi dispiacerebbe. È chiaro che è molto difficile perché siamo fuori dalla Coppa Italia quest’anno, e quello poteva essere un trofeo dove te la puoi giocare un po’ più dello Scudetto chiaramente. Quest’anno la lotta per entrare ai playoff è molto dura, e ci sono due squadre come Milano e Virtus che sono attrezzate per vincere, ed è molto difficile competere”, ammette.

Indubbiamente, una vittoria importante è arrivata soprattutto fuori dal campo, senza triple o sforzi difensivi che non si risparmia in nessuna occasione. Il suo tifoso numero uno sugli spalti del PalaSerradimigni, a cui vengono dedicati tutti i punti che colleziona in campo, è il piccolo Lorenzo, che spesso “parla con la mamma e dice tanto babbo non entra, con il volto scuro, un po’ deluso e triste”. Contro Pesaro, ha cambiato idea.

“Massimo Chessa, da cinque anni e mezzo, si sveglia presto perché ha un bimbo, porta il figlio a scuola. Le mie e le nostre giornate, insieme alla mia compagna, sono incentrate tutte su nostro figlio. Facciamo tantissime cose insieme, cerchiamo di divertirci il più possibile. Quando posso vado al mare, soprattutto d’estate perché lo adoriamo. Una vita semplice, incentrata sul bimbo. Una vita molto bella”. Non facciamo fatica a crederlo, Massimo. Quel sorriso a 32 denti, davanti alla tua gente, immerso nella tua dimensione, ne è la prova.

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