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Un tutt'uno con Campobasso (LBF)

Robyn Parks ha trovato la sua casa

La carriera di Robyn Parks ha attraversato quattro continenti, ma è nella Magnolia Campobasso che ha trovato una squadra in cui restare per la prima volta per due stagioni consecutive.

È solo la quarta giornata di campionato, ma l’aria all’interno della Molisana Arena è già caldissima. A sfidare le padrone di casa della Magnolia Campobasso c’è Ragusa, una delle formazioni storiche del campionato e possibile rivale in termini di piazzamento in classifica. Il match è tiratissimo, e a 7 secondi dalla fine, quando il tiro dell’iblea Francesca Dotto rimbalza sul ferro, la situazione è di perfetta parità: 72-72. A contendersi il rimbalzo sono in quattro, ma la prima ad avventarsi sul pallone è Robyn Parks, che in tre secondi percorre tutto il campo. Ragusa non riesce a opporre la giusta difesa e la statunitense si ritrova in un mismatch favorevole che le permette di appoggiare a canestro il vantaggio per la sua squadra. Le siciliane non hanno più tempo per rispondere e l’Arena può finalmente esplodere e celebrare le sue beniamine.

Stavolta però i festeggiamenti sembrano raggiungere decibel ancora più alti del solito, e non è solo perché c’è da scaricare tutta la tensione accumulata in una partita punto a punto. In questo caso è cruciale anche chi sia stata a segnare quell’ultimo canestro, e poche cose sanno emozionare il pubblico di casa come un contropiede vincente di Robyn Parks. La giocatrice statunitense è la punta di diamante della squadra, nonché uno dei più grandi motivi di orgoglio della città, perché quella che ad oggi è forse la miglior giocatrice offensiva del campionato italiano ha scelto proprio Campobasso per gettare le sue basi in Europa e per provare a costruire qualcosa di duraturo.

Robyn Parks è stata la miglior marcatrice della regular season, chiudendo il campionato con 20 punti e 7.5 rimbalzi di media a partita, e con una valutazione di 20.6. Per sette volte è andata in doppia doppia, toccando anche quota 17 rimbalzi nel match contro Lucca. Rispetto alla scorsa stagione, giocata sempre in maglia rossoblù, è riuscita a migliorarsi in tutte le voci statistiche, risultando ad oggi una delle più accreditate candidate al titolo di MVP.

In questo primo turno dei playoff, Campobasso è attesa da una sfida proibitiva contro il Famila Schio di Rhyne Howard – già aggiudicatasi Gara 1 -, che non solo ha una quantità di talento infinita, ma che viaggia anche sull’entusiasmo della vittoria della Coppa Italia e soprattutto della conquista della Final Four di EuroLega. Se, però, in Molise continuano a sperare che quella di stasera non sia l’ultima partita della stagione e se anche oggi gli spalti della Molisana Arena saranno pieni di speranza ed entusiasmo, il motivo è anche la presenza in squadra di questa giocatrice, che ha attraversato il mondo prima di scegliere di fermarsi in questa città incastrata tra i monti dell’Appennino meridionale. La strada che unisce il caos di una rumorosa metropoli come Washington alla vita lenta di una quieta cittadina come Campobasso è stata tracciata da Robyn Parks.

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Contro la corazzata Schio (LBF)

In viaggio

Della palla a spicchi, si è innamorata da bambina. Suo padre giocava, e negli intervalli delle partite o a fine match lei scendeva in campo a tirare insieme ai suoi fratelli in un canestro troppo alto per la loro età. Il basket e la famiglia, dunque, sono stati sin da subito i capisaldi della sua vita, che si intrecceranno in maniera originale e che assumeranno significati nuovi in tante parti del mondo. A questi due pilastri c’è infatti da aggiungerne un terzo, che spesso ha fatto da comune denominatore alla sua esperienza familiare e a quella cestistica: il cambiamento.

Il padre di Parks era infatti un militare, che frequentemente veniva trasferito da una base all’altra, con la sua famiglia sempre al seguito. Ed ecco allora che i primi ricordi che Parks ha sono di una minuscola isola sperduta nell’Oceano Pacifico, un paradiso naturale talmente piccolo che è difficile persino da rintracciare nelle cartine, Guam. “Mi ricordo di aver iniziato la scuola lì, è stata un’esperienza totalmente differente, perché non ero negli Stati Uniti. Mi ricordo i nostri genitori che ci portavano in spiaggia, in posti dove l’acqua è meravigliosa. Ero molto piccola, per cui ho dei ricordi un po’ confusi, ma ho ben impressa quest’alternanza tra l’andare a scuola e poi in queste spiagge meravigliose”.

Dopo Guam, la sua infanzia è trascorsa in Turchia, per poi ritornare negli Stati Uniti, dove Parks ha frequentato le scuole e dove ha scelto di rimanere per l’università. Gli anni del college sono quelli che definisce i migliori della sua vita, perché è lì che ha imparato a lavorare sodo, a mantenere un sano equilibrio tra il riposo e il lavoro, permettendole di sviluppare la giusta disciplina e la capacità di gestire il tempo: tutte doti che sono risultate fondamentali nella sua carriera da professionista. Le ultime due stagioni giocate con la maglia di Virginia Commonwealth University sono state di altissimo livello: il suo anno da junior ha chiuso a 18.7 punti e 7.9 rimbalzi di media, quello da senior quasi in doppia doppia di media, con 21.6 punti e 9.3 rimbalzi.

Eppure, una volta conclusa la sua esperienza universitaria, la sua scelta è stata quella di rifiutare le offerte di partecipazione ad alcuni training camp WNBA, per dare il via a una carriera diversa, che un giorno forse l’avrebbe riportata nella lega più ambita del mondo, ma solo dopo aver attraversato numerosi lidi. La sua priorità, a 22 anni, è stata quella di viaggiare, di cambiare e di trovarsi costantemente davanti a nuove sfide e a nuove culture, con la pallacanestro a fare da mediatrice nei più remoti angoli del mondo. “Adoro le sfide, ogni posto in cui vado mi sfida ad adattarmi alla cultura, alle persone, al modo in cui si gioca a basket. Io cresco quando sono messa davanti a una sfida, per cui ogni volta che ho avuto l’opportunità di farlo, ho colto la palla al balzo e mi sono buttata in nuovi contesti”.

In nove anni di carriera che ha vissuto da quando ha lasciato gli Stati Uniti e il college, ha giocato in quattro continenti, ritrovandosi a palleggiare anche in contesti che difficilmente assoceremmo al basket, come il Messico e l’Angola. “Il Messico è stata un’esperienza davvero ottima in termini di basket, il campionato era di un livello alto e il pubblico era strepitoso. La gente laggiù ama la pallacanestro e quando giocavamo in casa la palestra era sempre piena. L’Angola è stato il contesto in cui è stato più difficile adattarmi, sia per la cultura, che per il modo di vivere, ma anche per quello di giocare a basket. Ancora una volta, però, per me è stata una sfida, che alla fine ho apprezzato tantissimo, infatti ho deciso di rimanere per tre anni in quel paese”-

Giordania, Polonia, Spagna e Ungheria sono stati gli altri stati che la carriera di Robyn Parks ha attraversato prima di approdare in Italia. Nonostante in alcuni di questi, come in Spagna o appunto in Angola, abbia trascorso più anni, in nessuna società è mai restata per più di una stagione. L’attrazione per la sfida e per la sua crescita personale l’hanno portata a cambiare terra di anno in anno, senza mai trovare un porto in cui gettare l’ancora in maniera stabile.

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Robyn Parks in Angola (FIBA Africa Champions Cup)

Una famiglia per Robyn Parks

Quando ha conosciuto la Magnolia Campobasso, però, qualcosa è cambiato. Il legame che ha stabilito con la società e con il pubblico in una sola stagione è stato talmente forte da convincerla a provare, per una volta, a mettere delle radici. L’amore che c’è tra il pubblico e la società è già fortissimo di per sé, perché la Magnolia rappresenta una realtà di successo in un territorio spesso bistrattato e relegato a terra inesistente. Sin dalla sua creazione, la società si è infatti posta l’obiettivo di essere proprio questo: un punto di riferimento per il basket femminile nel Sud Italia, investendo molto sul settore giovanile e sul legame con il territorio. L’assegnazione delle Final Eight di Coppa Italia di quest’anno è la prova della riuscita del progetto.

Il pubblico ha risposto alla grande, e la sera del quarto di finale tra la Magnolia e la Virtus Bologna in 1300 hanno cantato per quaranta minuti nonostante lo sfavorevole squilibrio della partita. Accanto a questo, sono i piccoli dettagli a dimostrare il legame tra la società e la sua gente. La capitana Stefania Trimboli che, durante l’intervallo della finale, è dietro il bancone del bar ad aprire birre per gli spettatori; la giovane tifosa che, dopo aver fatto il giro degli autografi di tutte le giocatrici più forti di Bologna e Venezia, implora il padre di ridarle il foglio, perché sugli spalti, a vedere le semifinali, c’è Valeria Battisodo.

Quando però si parla di Robyn Parks, tutto questo esplode all’ennesima potenza. Quando viene presentata dallo speaker o quando segna, il volume dell’arena si alza clamorosamente, perché il suo talento ha fatto breccia nel cuore di chiunque, a tal punto da avere un murales dedicato a lei all’ingresso dell’arena. Per Parks, questo sostegno è qualcosa di inarrivabile e appena le nomino il pubblico di Campobasso sul suo viso si apre un sorriso e gli occhi brillano di un’emozione pura: “Onestamente è una sensazione che non riesco a spiegare, non mi è mai stata mostrata questa enorme quantità di amore da nessun altro club. Non so come altro dirlo se non che qui le persone sono come la mia famiglia, voglio loro davvero bene ed è bellissimo sentirsi così apprezzata. Sicuramente il pubblico è uno dei motivi fondamentali per cui ho deciso di restare qui per un altro anno”.

In campo europeo (FIBA EuroCup Women)

Il rapporto che ha instaurato con questo pubblico è per lei uno dei più grandi traguardi della sua carriera. “Quello che faccio sul campo non può essere scisso da quello che accade al di fuori, per cui se mi chiedi quale sia la più grande soddisfazione della mia carriera cestistica, ti rispondo che sicuramente è quella di avere un impatto sulle vite al di fuori della pallacanestro”.

Campobasso è diventata la sua seconda famiglia, in una carriera che l’ha visto spesso lontana dalla sua famiglia biologica. Il compromesso da raggiungere per vivere tutte queste esperienze è quello di lasciarsi alle spalle quello che l’ha vista crescere: “È tremendamente difficile lasciarsi alle spalle tutto. Mentre tu sei fuori, le cose negli Stati Uniti succedono ed è molto duro essere lontana e perdersi compleanni, festeggiamenti e anche momenti dolorosi come i lutti. Questa è la parte più complicata, ma c’è anche tanto di bello che viene da queste esperienze, per cui cerco di mantenere un equilibrio che sia il più salutare possibile e mi faccia stare bene”.

Quando nomina i lutti difficili da superare, quello più doloroso è stato quello di sua nonna, venuta a mancare nel 2019. Di lei ha tatuato il volto sulla gamba destra, ed è il tatuaggio a cui è più legata di tutti i numerosi che rivestono il suo corpo e che sono una delle passioni più grandi, un modo per raccontare la sua storia.

Casa lontano da casa

Dopo tanti pellegrinaggi, quest’estate si aprirà forse per lei la possibilità di ritornare a casa, perché le Chicago Sky l’hanno chiamata per partecipare al training camp. Un’opportunità unica, che per Parks rappresenta il punto di maturazione della sua carriera: “Non vedo l’ora, sarà la mia prima volta nel contesto di una squadra WNBA. Mi sento nervosa e un po’ in ansia, ma ne sono molto felice. Ho avuto l’opportunità di partecipare ad alcuni training camp in precedenza, ma non l’ho mai fatto perché non mi sentivo pronta. Ora invece sento che è il momento, e sono contenta del fatto che questa opportunità si sia di nuovo presentata per me”.

Ad aver colpito gli scout della WNBA è stato il suo stile di gioco, unito alla sua concretezza. Leading scorer del campionato, Parks è un tre che vede benissimo il canestro e che in uno contro uno è pressoché inarrestabile, come dimostra il canestro di cui ho parlato in apertura contro Ragusa. La sua abilità di segnare in transizione è la parte del suo gioco che preferisce, ed è legata a una visione dello sport come uno spettacolo, perché per lei la bellezza sta anche nel dare alle persone “qualcosa da guardare”. Il suo stile di gioco è infatti piuttosto magnetico, con l’agilità e la velocità dei playground americani che si fondono con la capacità di contribuire anche nei sistemi difensivi di alto livello, come quello ben oliato di Campobasso.

D’altronde per Robyn Parks il basket è sempre stata la prima scelta, il mondo a cui chiunque l’ha indirizzata dal momento in cui la vedeva giocare. “Tutte le persone che ho incrociato nel corso della mia carriera, quando mi hanno visto giocare, sin da quando ero piccolina, mi hanno sempre detto: questo è quello che è nata per fare. Quando i miei fratelli mi portavano in palestra con loro, i loro amici sceglievano sempre me in squadra anche se ero una ragazza, perché vedevano del potenziale in me”.

A prescindere se tornerà o no nella prossima stagione, si può star certi che a fare il tifo per lei ci sarà un’intera città, forse un’intera regione, che ha saputo accogliere e trattenere in Italia uno dei talenti più puri degli ultimi anni del nostro campionato. Il Molise per Robyn Parks esiste eccome, ed ha lasciato in lei qualcosa che nel corso della sua carriera non era riuscita a trovare da nessuna parte. Per questo, quando deve trovare una parola che riassuma il suo rapporto con questa terra e con questa società è chiara e concisa: “Love, just love”.

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Sorrisi molisani (FIBA EuroCup Women)
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