ATLANTA
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Risultato stagione 2017/18: 24-58, ultimo posto Eastern Conference.

Anche quest’anno non ci sarà quasi nessuno a prendere, in fretta e furia, quel “Midnight train to Georgia”.

Il 2015 è dietro l’angolo: Jeff Teague, Demarre Carroll, Kyle Korver, Al Horford, Paul Millsap. 4 All-Star, 60 vittorie stagionali, LeBron a spezzare il sogno. Dopo appena 3 anni si fatica a vedere squadre più in difficoltà di questi Hawks. Il rebuilding è appena iniziato ma si prospetta lungo, Young permettendo. Ma almeno è una scelta netta rispetto ad uno stallo che, con Howard e Schroder, non avrebbe portato a nulla.

UPS: Una squadra assemblata da giocatori giovani e con buone speranze, una chioccia di assoluto livello come Vince Carter (probabilmente all’ultima stagione in NBA) e tanti role players. I tifosi e tutta la franchigia sanno che l’obiettivo è continuare a rifondare con il draft e liberare tanto spazio salariale per poter tornare a vedere l’orizzonte. E poi c’è lui, il nuovo Steph! Si scherza, almeno per ora, ma è chiaro che nella mente dei tifosi Trae Young, complice anche una giocata alla Curry in pre-season
(tripla della vittoria da 10 metri contro gli Spurs che spazza via partite con pessime percentuali), sarà la guida del team e il vero testa/croce nel determinare l’immediato futuro della franchigia. Taurean Prince può confermarsi ai livelli visti dopo la pausa All-Star Game della scorsa stagione, mentre a completare la coppia del futuro con Young c’è John Collins, da cui ci si aspetta una consacrazione vera e propria.

DOWNS: La trade che ha portato Schroder e i suoi 15.5 milioni a OKC costerà 25 milioni di spazio salariale per il buyout di Melo, ma solo in questa stagione. Il contratto di Bazemore è un’altra incognita, vista la player option e i complessivi 37 milioni nel prossimo biennio. Len e Dedmon non sono esattamente le Twin Towers dei Rockets e un coach alla prima esperienza NBA in una franchigia con poca voglia di vincere, almeno nel brevissimo periodo, rischia di “bruciarsi”.

KEYS: Non è difficile pronosticare che entusiasmo e depressione degli Hawks passeranno per un solo giocatore, quel Trae Young da Oklahoma che promette, in tanti aspetti, di raccogliere l’eredità del rivoluzionario Steph Curry e diventarne degno erede. La pre-season ha avuto molti più bassi che alti ma la tripla per spazzare via gli Spurs da 10 metri ha caricato a mille i fan e zittito gli insiders della Lega, pronti a scommettere sul “bust” a causa di un fisico non ancora pronto ai pari-ruolo su cui sarà chiamato a difendere.

ASPETTATIVE: 20-25 vittorie con vista sull’estate 2019.

BOSTON
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Maddie Meyer/Getty Images

Risultato stagione 2017/18: 2° posto Eastern Conference (55-27)

Playoff: Finale Eastern Conference (Lost to Cavaliers 3-4)

Alla squadra magnifica dello scorso anno si riaggiungono Hayward e Irving. Nel frattempo, i giovani sono un anno più esperti. Lo spauracchio col 23 non c’è più e Stevens ha a disposizione un capitale tecnico che non mette paura se, all’orizzonte, gli avversari per il titolo NBA sono i favoritissimi Warriors. Senza posizioni fisse? Boston saprà adattarsi anche alla più avventata delle small-ball.

UPS: Non è più tempo di nascondersi. La compagine del Massachusetts ha difatti l’obbligo di provare ad andare fino in fondo, cosa che non è stata possibile per due motivi l’anno scorso: la sfortuna incredibile che ha visto la squadra orfana del neo acquisto Hayward per tutta la stagione e il ko di Irving durante tutti i playoff. Da annoverare anche uno Smart presente ai playoff a partite alterne ed aggiungerei alla lista anche il tedesco Theis; infortunio meno rilevante ma pur sempre considerevole, all’interno di una squadra di sistema come quella di Stevens.  Il secondo motivo per il quale la scorsa stagione non abbiamo visto i Celtics sul grande palco delle Finals porta un nome e cognome: Lebron James. Ora il Re non c’è più perché sta tentando la conquista dell’Ovest. Boston, malgrado le defezioni, la scorsa stagione è stata ad un passo dall’arrivare alle Finals e non può negare che ora sia la favorita per la vittoria dell’Eastern Conference. Il vero punto di forza è proprio questo, sostanzialmente: la squadra è rimasta praticamente immutata, ma il vero potenziale non si è mai visto. Ainge lo ha capito e non ha preferito cambiare alcunchè. Nel frattempo la tragedia sportiva che ha colpito Hayward nell’open game passato ha donato a Jayson Tatum un’esponenziale ed improvvisa crescita, che permette al baby fenomeno ex Duke di essere, con tutta probabilità, schierato come quattro tattico nello starting five. Da segnalare un ulteriore nuovo apporto sotto le plance. Alla numero 27 del draft i Celtics hanno infatti selezionato Robert Williams, lungo di 2,08 metri con una notevole apertura braccia. Per molti è uno “steal of the draft”. Diciamo che atletismo e stazza non gli mancano, bisognerà poi vedere se concentrazione ed impegno gli faranno ritagliare un buon minutaggio.

DOWNS: Con tutta probabilità, come già detto, Stevens schiererà Tatum ed Horford rispettivamente come 4 e 5, loro che nascono come 3 e 4. Questo li potrebbe portare a soffrire un po’ a rimbalzo, ma è anche vero che se questo sarà il loro reale punto debole bisogna sforzarsi non poco per trovare delle oggettive falle nel sistema di gioco di questi Celtics.

KEYS: Sperando che Boston abbia saldato il conto con la sfortuna, sostengo che i fattori determinanti siano due: Hayward ritrovato fisicamente ed il nuovo ruolo in squadra di Jayson Tatum. Se entrambe le cose funzioneranno (e con Stevens sono poche le cose che non funzionano) ne potremmo vedere delle belle. E poi, Kyrie ha giurato amore anche nella prossima estate, garantendo di volersi legare a lungo con la squadra. Oltre al valore dei giocatori e un coach tra i migliori NBA c’è molto di più per sorridere.

ASPETTATIVE: Nba Finals

BROOKLYN
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Getty Images

Risultato stagione 2017/2018: 12° posto Eastern Conference (28-54)

Le macerie del 2013 sono state quasi del tutto spazzate via. Sean Marks ha compiuto, con le dovute proporzioni, un vero e proprio miracolo, trovando in coach Atkinson un allenatore preparato con idee molto chiare in attacco e in difesa. I Nets, al netto del record, sono una squadra con una marcata identità che viene immediatamente riconosciuta nel vederne le partite. È vero, manca una super-star, ma ci sono basi per accoglierne sia a livello salariale che magari via draft, avendo riconquistato una scelta al prossimo primo giro. Il futuro, insomma, sorride.

UPS: Ci sono tantissimi aspetti positivi da considerare riguardo la prossima stagione dei Brooklyn Nets. Il primo è una certezza: coach Kenny Atkinson. L’allenatore dei Nets nelle ultime due stagioni ha ridato vita a un progetto morto, senza ambizioni, devastato da terribili scelte societarie che ne hanno compromesso credibilità e, soprattutto, prospettiva. L’ha fatto portando avanti le sue idee cestistiche con coraggio, plasmando giocatori che non si filava nessuno a sua immagine e somiglianza. Ha creato cultura cestistica laddove sembrava impossibile pensare a un futuro. Talenti come Spencer Dinwiddie, Jarrett Allen, Rondae Hollis-Jefferson e Caris LeVert. Role players preziosi come Demarre Carroll (quasi tornato ai livelli Raptors), Allen Crabbe e Joe Harris (rifirmato dopo una stagione solidissima) inseriti alla perfezione dentro i meccanismi della squadra. Per non parlare della scommessa D’Angelo Russell, la scorsa stagione limitato da guai fisici, ma pronto quest’anno a sfidare tutta quella gente che ha parlato troppo presto su di lui. Prove ’em wrong. I nuovi innesti sembrano tutti, almeno sulla carta, tagliati su misura per le idee cestistiche di Atkinson. Shabazz Napier, ritrovatosi nell’esperienza ai Blazers, porterà grande stamina dalla panchina. Il veterano Ed Davis e, soprattutto, Kenneth Faried cercheranno di dare ancora più dinamismo al reparto lunghi. “The Manimal” è un giocatore sul quale scommetterei ad occhi chiusi quest’anno. 

DOWNS: Il rendimento di D’Angelo Russell sarà certamente fondamentale per le sorti di questa squadra, in entrambi gli scenari possibili. Dovesse fare bene e trovare la sua dimensione all’interno del sistema di Atkinson, allora i Nets sono destinati a migliorarsi concretamente già da quest’anno. Se, invece, dovesse giocare una pallacanestro estranea al contesto, “pestandosi i piedi” con Dinwiddie (la loro convivenza tecnica è un grosso punto interrogativo) e senza dare alcun reale contributo in difesa, allora la sua presenza potrebbe nuocere gravemente alla salute della squadra. In difesa sarà importante capire l’apporto di Faried sotto canestro, oltre ai possibili miglioramenti come “rim protector” di Jarrett Allen.

KEYS:I Brooklyn Nets sono attesi alla fase successiva del loro processo di ricostruzione. Certo, mancherebbe una superstar per dare la giusta accelerata al tutto. Con il roster a disposizione, però, coach Atkinson ha la possibilità di portare avanti le sue idee con relativa naturalezza. Se la squadra dovesse proseguire nella sua crescita, migliorando in difesa e coinvolgendo i nuovi arrivati, fra i quali metto dentro impropriamente anche D’Angelo Russell, allora potremmo assistere alla nascita di qualcosa di interessante. I giocatori devono seguire il coach e lo staff tecnico in tutto e per tutto. Vietati individualismi e colpi di testa. Ne va dell’esito di tutta la stagione. Rondae-Hollis Jefferson possibile sorpresa stagionale, Dudley aggiunta preziosa in termini di esperienza così come Ed Davis e Faried.

ASPETTATIVE: lottare fino alla fine per un posto nei Playoffs. Ma vista la scelta al primo giro, se non dovessero riuscirsi nessuno si strapperà i capelli.

CHARLOTTE
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Risultato stagione 2017/18: Decimo posto Eastern Conference (36-46)

Ma gli Hornets che fanno? Tankano? Giocano per i Playoff? Sono in re-building? Puntano al titolo? Qualcuno capace di rispondere no c’è, molto probabilmente. Però qualcosa, rispetto agli anni precedenti, si è mosso. Mitch Kupchak ha preso in mano le redini delle operazioni e, al posto di Steve Clifford, è arrivato un pretoriano di Popovich, Joe Borrego.

Il draft haportato con la #12 Miles Bridges. Charlotte aveva la #11, ma ha scelto con la 12 ottenendo due scelte al secondo giro. Devonte Graham, scelto con la #34, viene etichettato come uno dei migliori passatori del draft scorso. Ammesso fosse vero, è evidente che da qualche parte le lacune devono esserci, altrimenti non sarebbe finito ad inizio secondo giro. Il problema, come spesso accade, è nel fisico. Potrebbe fare tanta fatica sia a creare attacco, sia in difesa. La Free Agency ha portato Tony Parker. Esperienza, tantissima. Voglia di far bene, sicuro. Altro? Difficile da dire.

UPS: a Charlotte, forse con un poco di ritardo, sembra stia iniziando il rebuilding. Non è ancora ufficiale, e non è ancora particolarmente spinto. Di fatto, è stato ceduto Howard per Bismack Biyombo e due scelte al secondo giro. Scambio difficile da interpretare, se non in voglia di ricominciare. C’è una sicurezza, ormai da anni, e risponde al nome di Kemba Walker. Mai una parola fuori posto, mai una protesta, leader autentico. I consigli di Parker non potranno che regalargli ulteriore materiale per compiere l’ultimo step che porta al livello-superstar, spesso accarezzato ma troppo presto abbandonato, complice la mediocrità del team. E se tra Lamb e Monk uscisse un giocatore? Il talento c’è, la pazienza ancora e questo aiuta. Miles Bridges ha evidenti limiti offensivi ma in difesa sembra già un NBA-ready. Con Kidd-Gilchrist e, si spera, un Batum motivato dalla presenza del conterraneo Tony, magari non si assiste a una stagione totalmente anonima.

DOWNS: gli ups sono finiti presto. E il motivo è che di ups ce ne sono veramente pochi. Prendere un altro centro, da affiancare a Cody Zeller, non sembrava un’idea geniale. Capisco, al limite, dar via Howard, anche se aveva un solo anno di contratto rimanente. Prendersi in eredità il contratto di Biyombo, giocatore “diversamente utile” nell’NBA di oggi, è una scelta se non altro peculiare del Front Office degli Hornets. Scelta resa ancor più assurda dal fatto che Biyombo ha una Player Option di 17 milioni, che difficilmente (probabilità 0.00001%) non eserciterà. A proposito di contratti brutti anziché no, Kidd-Gilchrist, Marvin Williams, Batum, prenderanno una vagonata di soldi quest’anno. E anche l’anno prossimo, con i primi due in Player Option. Ciliegina sulla torta, Batum ha una player option per il terzo anno di 27 milioni. Male, a tratti malissimo. Parker come backup di Kemba Walker ha un senso molto limitato. Avere nella stessa squadra Kaminsky, Zeller, Biyombo ed Hernangomez mi sembra troppo. Troppo brutto, onestamente.

KEYS: la chiave potrebbe essere pigiare il tasto RESET. Il bottone rosso dell’autodistruzione, scambiando Kemba Walker e possibilmente uno fra Batum e Marvin Williams, tankando e aspettando che il tempo passi. In alternativa, si perderanno lo stesso tante partite, ma Kemba, Parker, BAtum, Williams e Zeller/Hernangomez potrebbero anche vincere abbastanza partite per ambire all’ultimo posto valido per i playoff. Non si sa se possa essere positiva o meno, una cosa del genere, ma tant’è.

ASPETTATIVE: Playoffs difficilissimi, e magari trade a metà stagione.

CHICAGO
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Ph/Usa Today

Risultato stagione 2017/18: Tredicesimo posto Eastern Conference (27-55)

Giocatori interessanti: parecchi.

Leader: forse nessuno, ad oggi.

Super-star: si vedrà.

La sicurezza è che Chicago ha, ai nastri di partenza e dopo anni di limbo, un gruppo giovane e potenzialmente entusiasmante da cui ripartire sul serio. Un giocatore che dopo 12 mesi di solidissimo apprendistato è pronto a diventare uno dei volti della franchigia, Lauri Markkanen, affiancato alle speranze che si nutrono su Zach Lavine (su cui la dirigenza non ha indugiato a scommettere anche economicamente) e alla conferma di Dunn, giocatore-rivelazione della scorsa stagione, erano già una base quantomeno positiva. A questa si è aggiunto prima Jabari Parker, ormai oggetto indesiderato in quel di Milwaukee, e via draft Wendell Carter, che promette sin dal giorno 0 di essere uno dei lunghi dal sicuro impatto in questa Lega. Dal roster dell’anno scorso mancheranno Jerian Grant, David Nwaba e Noah Vonleh. Ecco, esatto: non verranno rimpianti.

UPS: Wendell Carter è sicuramente una presa molto interessante, ottimo difensore, attivo sui due lati del campo, sa segnare in midpost, è un buonissimo stoppatore e non disdegna, ogni tanto, una tripla. Dovesse migliorare in difesa, potrebbe rivelarsi una gran presa. Hutchinson, l’altro rookie, è un discreto scorer, 28 di media nell’anno da senior col 39% da 3. Puo’ difendere su almeno 3 posizioni, può fare il play. Rischia di essere una discreta steal. La firma di Zach e Jabari significa che Chicago ha voglia di tornare a competere. Visto il passato di Jabari, il contratto garantito per il solo primo anno sembra essere una bella scommessa. Insomma, il core è giovanissimo e il talento c’è.

DOWNS: gli infortuni. Markkanen si è rotto, Lavine è un superatleta cui è già saltato il ginocchio, Parker ha avuto i suoi guai con il crociato. I rischi sono alti. Forse troppo alti. Lo spacing potrebbe essere un problema, così come la metà campo difensiva. In questo, i due rookies saranno subito chiamati ad attestarsi ad un più che discreto livello, altrimenti il rischio di prenderne parecchi a sera sembra molto concreto.

KEYS: parrà scontato, ma la chiave principale per Chicago sarà stare in salute. Se Lauri, Zach e Jabari dovessero stare bene, varrà la pena almeno di alzarsi per vedere i Bulls. Giovani, con voglia di riscatto, affamati. Altra sicurezza dovrà arrivre da Dunn e Portis. Devono entrambi confermare le cose buone fatte vedere in stagione, evitando i
passaggi a vuoto (Dunn) e di prendere a pugni i compagni (Portis). In un gruppo così giovane, armonia e unione d’intenti saranno fondamentali.

ASPETTATIVE: in lotta per l’ultimo posto nei Playoff. Lo leggerete spesso, ma nell’anno del terremoto che porta via James diventa tutto più semplice.

CLEVELAND
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Joshua Gunter/cleveland.com

Risultato stagione precedente: Quarto posto Western Conference (50-32)        

Playoffs: NBA Finals (lost 0-4 vs Golden State Warriors)

Ci si lecca le ferite nelle macerie lasciate dal LeBron 2.0 che ha finalmente riportato il titolo in Ohio. Per accontentare il Re oggi Koby Altman, che ha raccolto l’eredità di Griffin, si trova in una situazione salariale a dir poco complicata. Fatto di Kevin Love il perno del team con l’estensione da 120 milioni, per il resto si confida in qualche acquirente per i vari JR, Clarkson, Hill, Korver, Tristan Thompson.

Insomma, bene ma non benissimo. Fuori da questo quadro desolante troviamo Collin Sexton, ottenuto con la pick dei Nets e vera boccata d’ossigeno in un roster congelato e molto poco ambito. Il ragazzo deve migliorare nel tiro da fuori e capire quando e come alternare le sue folate e scorribande a un playmaking più ragionato e lucido. Diciamo che oggi l’Ohio non è il posto esatto per farsi le ossa, ma c’è da essere sicuri che di spazio e libertà per mettersi in mostra ne avrà tanto. Come ne avrà Cedi Osman e, presumibilmente, quel Rodney Hood arrivato con tanto ottimismo lo scorso anno ma latitante per la stragrande maggioranza del tempo.

UPS: La scelta del GM Altman, concordata con il fumantino proprietario Gilbert, è stata però quella di non smantellare completamente la squadra (pur uscendo, dopo 4 anni consecutivi, dalla luxury zone): tenendo Kevin Love e facendone il proprio franchise player, la speranza dei Cavs è quella di non sparire del tutto dalla mappa delle città NBA che contano. Coach Lue avrà la possibilità di mostrare ai propri critici di esser stato molto più di un semplice portaborse di Lebron. Allo stesso modo, alcuni giovani potranno avere minuti importanti in un contesto con molte meno pressioni.  Osman, ad esempio, diventato già dall’anno scorso uno tra i giocatori preferiti dai fan, quest’anno dovrebbe avere decisamente più spazio, senza l’ingombrante presenza (in termini di status e minutaggio) di James.  Rodney Hood, dopo aver firmato la qualifying offer propostagli da Cleveland, diverrà free agent senza restrizioni l’anno prossimo: è ragionevole aspettarsi una stagione in cui voglia mettere in mostra le sue abilità da scorer.  Larry Nance, anche lui con contratto in scadenza, farà presumibilmente da backup di Love, potendo anche giocare in quintetti small, facendo valere le sue abilità da rollante nel P&R e sostitutendo il poco efficiente Thompson nella posizione di centro.

DOWN: “Now the old King is dead! Long live the King!” Così cantavano i Coldplay in “Viva la Vida”, ormai una decina di anni fa. Una frase che sembra descrivere molto bene la situazione odierna dei Cavs, i quali da quest’anno torneranno a combattere contro l’anonimato e contro la loro tristemente nota nomea di “Mistake on the Lake”.  Il Re se ne è andato, LeBron James è un nuovo giocatore dei Los Angeles Lakers e insieme a lui se ne sono andate dall’Ohio le velleità di vittoria del titolo.

KEYS: Sexton. L’ex “young bull” di Alabama ha già mostrato durante la preseason una voglia e una determinazione rare, pur facendo intravedere molte di quelle lacune sulle quali dovrà lavorare per poter essere un giocatore di impatto nella Lega.

ASPETTATIVE: Molto verosimilmente, in questa Eastern Conference c’è ancora spazio per i Cavs tra le magnifiche 8. La concorrenza per le ultime 2-3 posizioni è assolutamente all’altezza del roster della squadra. Lue deve dimostrare di essere un allenatore, cosa su cui spesso si ironizza sottovalutando alcuni capolavori tattici fatti in carriera: non dimentichiamoci che senza la follia di JR era riuscito in un autentico miracolo 4 mesi fa.

DETROIT PISTONS

Risultato stagione 2017/18: Nono posto (39-43)

Anche qui: rivoluzione. Un fragoroso saluto a Van Gundy, plenipotenziario GM-Coach, per far posto a quel Dwane Casey mandato via in modo troppo ingrato da Toronto. Nel roster non c’è stato lo stesso rimescolamento e si resta ancorati alla crescita di Drummond e alla leadership di Griffin, giocatore che in realtà pare aver già imboccato la parabola discendente. Reggie Jackson, odi et amo col vecchio coach, potrebbe essere quello che più beneficerà della cura Casey più di tutti. Con questi tre, Stanley Johnson e Reggie Bullock. Dalla panchina tra Glen Robinson III, Ish Smith, Jose Calderon, Langston Galloway, Zaza Pachulia, Luke Kennard e Jon Leuer: una sfilza di onesti mestieranti.

UPS: La nomina a capo allenatore di Dwane Casey è da considerarsi, senza dubbio, il possibile valore aggiunto di una squadra che lo scorso anno è arrivata a un soffio dai Playoffs. Sarà sicuramente molto interessante vedere questo roster nelle mani dell’ex allenatore dei Toronto Raptors, vincitore del premio Coach of the year nell’ultima stagione Nba. Con Van Gundy il progetto era arrivato indiscutibilmente al capolinea. Dal punto di vista tecnico, molto, se non tutto, passerà dalle mani di Blake Griffin, giocatore tormentato dagli infortuni che negli ultimi anni non è mai riuscito a portare il suo gioco al livello successivo. Al suo fianco la costanza e la solidità di Andre Drummond, un grande agonista e un rimbalzista di primissima fascia che non ha ancora fatto il salto di qualità definitivo. Blake e Andre formano una coppia di lunghi potenzialmente devastante sotto i tabelloni. In backcourt c’è quel pazzo scatenato di Reggie Jackson, fisicamente molto fragile ma capace di orientare il destino di una partita. In un senso e nell’altro, ovviamente. Ish Smith è un giocatore che, seppur a strappi, sa entusiasmare mentre i due giovani, Stanley Johnson e Luke Kennard sono ancora alla ricerca del loro spazio nella Lega. L’esperienza di Zaza Pachulia e José Calderon, le triple di Langston Galloway, il dinamismo di Glenn Robinson III e Reggie Bullock e la fragilità fisica di Jon Leuer a completare il roster. Riuscirà Casey a dare la propria impronta a questa squadra? Dovesse riuscirci, i Pistons potrebbero puntare decisamente a un posto nei Playoffs. 

DOWNS: Le due più grandi incognite sono rappresentate dalle condizioni psicofisiche di due giocatori fondamentali per gli equilibri della squadra. Il primo è Blake Griffin che nelle ultime quattro stagioni ha fatto a cazzotti con gli infortuni, uscendone, il più delle volte, indebolito. La ricerca della continuità è il suo primo obbiettivo personale. Il secondo giocatore è Reggie Jackson, la point guard titolare della squadra. Per lui le problematiche sono sia fisiche che caratteriali. Nelle ultime due stagioni in maglia Pistons ha saltato diverse partite, complici alcuni infortuni che ne hanno bloccato, in un certo senso, lo sviluppo tecnico. Quello che lasciò intravedere ai tempi dei Thunder, in poche parole, deve ancora trovare continuità. A livello caratteriale, invece, sarà compito di Casey cercare la chiave giusta. Reggie non è un ragazzo facile da allenare, spesso con un “fuck you” tatuato sulla fronte. Coach Casey, però, è riuscito a domare uno come Kyle Lowry, quindi potrebbe avere le referenze giuste per riuscire nell’impresa.

KEYS: L’impatto di coach Dwane Casey sull’organizzazione dei Pistons sarà fondamentale per capire se questo roster è in grado di raggiungere certi obbiettivi. Nessuna ambizione di titolo, ovviamente, ma grande voglia di mettere le basi per il futuro. Il front office ha puntato tutto su Drummond e Griffin, due lunghi, mentre tutto il basket contemporaneo sembra virare le proprie idee altrove. A volte è proprio andando controcorrente che si costruiscono le migliori idee (se Blake e Andre fossero affidabili da tre…). Casey ha le capacità e il materiale umano e tecnico per iniziare qualcosa.

ASPETTATIVE: un posto nei Playoffs.

INDIANA PACERS
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Record stagione precedente: Quinto posto Eastern Conference (48-34)

Primo turno Playoffs: lost vs Cleveland Cavliers (3-4)

Un applauso a Kevin Pritchard per cominciare. Indiana ha interpretato nel migliore dei modi il concetto di ricostruzione ed è uscita dall’addio di Paul George in modo egregio, proponendosi oggi come una delle squadre più intriganti della Conference che fu, ormai si può dire, di LeBron James. E da LeBron James si riparte parlando della scorsa stagione, dato che solo ed esclusivamente per sua mano ai Pacers non è riuscito l’approdo a delle Semifinali che sarebbero state più che meritate.

La dirigenza ha avuto le idee chiare in estate, lasciando inalterato il core dei giocatori che tanto bene ha fatto nella scorsa stagione e consegnando ulteriormente le sorti della franchigia nelle mani di Victor Oladipo, chiamato a compiere l’ultimo step dopo essersi rialzato alla grande dall’annata ai Thunder ed essersi meritato la chiamata all’All-Star Game. Con lui, Bogdanovic, Sabonis, Young, Collison, Joseph e Turner sono chiamati a confermare, i primi, quanto mostrato in termini di leadership, e il secondo a compiere un deciso passo in avanti, potenzialmente da All-Star e candidato al premio di MIP 2019/20.

UPS: A questo assetto è stata data ulteriore profondità aggiungendo in estate Doug McDermott, pronto a ricevere e si spera trasformare in punti i tanti scarichi ricevuti, e Tyreke Evans, rinato in quel di Memphis dopo anni in vistoso e pericoloso calo, lontano dai fasti del Baby LeBron, nomignolo affibiatogli nell’anno da rookie. Un miglioramento decisivo rispetto al talento incostante di Lance Stephenson. L’aggiunta sotto canestro di Kyle O’Quinn completa alla grande un reparto lunghi perfettamente assortito e decisamente interscambiabile.

DOWNS: Coinvolgerli tutti è l’obiettivo di McMillan ma allo stesso tempo può diventare un limite. Indiana può contare su una rotazione a 10 giocatori, tutti solidi e di sicuro affidamento, ma quando servirà vincere le partite non potrà e non dovrà allontanarsi dalle sicurezze accumulate nella scorsa stagione. Complicato garantire da subito minutaggio a Alize Johnson e Aaron Holiday, arrivati via draft, anche se il secondo assomiglia molto a una potenziale steal. Serve creare un assetto solido nella second-unit che non porti al crollo della scorsa stagione ad ogni rifiatata di Oladipo: in questo i primi 2-3 mesi di RS serviranno a sperimentare alla ricerca del giusto fit.

KEYS: Non si scappa da Victor Oladipo. Il suo 30% di usage parla chiaro circa la licenza concessagli da coach Nate McMillan che gli ha consegnato le chiavi del gioco Pacers. Il MIP, più che meritato, è un punto di partenza, così come la chiamata alla partita delle stelle, ma è diventando decisivo sui due lati del campo che Victor sta (ri)costruendo la sua carriera dopo aver toccato un punto decisamente basso ad Oklahoma. Avere Evans alle spalle servirà a concedergli il giusto riposo e a sgravarlo, all’occorrenza, dei compiti di creare in attacco. Con lui tante aspettative su Myles Turner, chiamato alla definitiva consacrazione. Ok il lavoro sul tiro, divenuto man mano più credibile, ma serve essere meno pigri e non accontentarsene sempre e comunque.

ASPETTATIVE: la squadra è migliorata rispetto a 12 mesi fa, sia nei suoi vecchi giocatori che con le addizioni dal mercato. Con l’addio di LeBron e coi Cavs fuori dai giochi, si libera un posto alle spalle delle 3 frontrunners che sembrano oggi Celtics, Sixers e Raptors. La second-unit potenzialmente consentirà a Oladipo di non bruciare tutte le cartucce in RS e questo potrebbe allungare la gittata di una squadra che si è sciolta come neve al sole davanti al Prescelto. Una stagione di altissimo livello, sulle 50 vittorie (assolutamente nelle corde) potrebbe significare stella incuriosita da Indiana nella prossima estate. E allora si che il tutto diventerebbe serio.

MIAMI
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Allen Eyestone / The Palm Beach Post

Risultato stagione 2017/18: Sesto posto Eastern Conference (44-38)

Fino a quando la vicenda Butler non avrà un epilogo sarà difficile classificare l’off-season degli Heat, che rischia di essere da ovviamente statica a sorprendentemente movimentata. I mega contratti lasciati andare via troppo presto per giocatori rivelatisi poi dei flop pesano sul cap fino a paralizzarlo. La crescita di Adebayo  (giustamente non coinvolto negli eventuali pacchetti per Jimmy), Winslow e Richardson resta così l’unica speranza per veder cambiare le cose in meglio.

Ah, intanto è tornato Dwyane Wade per il già annunciato farewell tour, nella speranza che sia di sostanza e non solo di forma.  Qualcuno, nel frattempo, ha notizie di Dion Waiters? Johnson e Ellington garantiscono rendimento costante e leadership, ma alla fine il limbo in cui i pessimi contratti dati a Whiteside e Waiters hanno costretto Miami, finirà per prolungarsi salvo rivoluzioni last-minute.

Olynyk e Johnson completano un roster che, al netto delle stelle, ha tra i migliori gregari dell’NBA. Oltre al tape-guy, vera speranza di navigare in acque diverse dai bassifondi dell’Est.

UPS: In una East Conference orfana di LeBron James, non cambiare nulla del proprio Roster può essere un vantaggio. Avere Spoelstra in panchina rende Miami una squadra da Playoff quasi a prescindere, ma alcune delle contender per gli otto posti si sono irrobustite. Whiteside sembra essere pronto a prendersi responsabilità umane, prima che tecniche: sembra si sia messo a disposizione, abbia fatto una lunga chiacchiera con Coach Spo e che i due siano arrivati ad un ragionevole accordo. Dovesse durare, Miami potrebbe avere un ulteriore spinta in avanti, anche se i pochi flash di pre-season non hanno promesso benissimo.

DOWNS: Wade è un anno più vecchio. Haslem oramai è un assistente allenatore che ha la canotta da giocatore. Dion Waiters è ancora un’incognita, non si sa se sarà il giocatore che condusse due anni fa gli Heat al record di 30-10 nella seconda parte di stagione, o il giocatore visto (pochissimo) l’anno scorso, con pessima attitudine e risultati mediocri in campo. Non ha ancora giocato un singolo minuto in campo con Wade, la convivenza è tutta da costruire. Ma in generale ci si fida di Spoelstra e delle sue capacità. J. Johnson è fuori per un’ernia del disco. Sembra non essere grave e poter tornare in campo a brevissimo, ma è un infortunio pesante.

KEYS: Due soltanto. La prima è Hassan Whiteside. Dopo essere stato ridicolizzato da Embiid in postseason su ambo i lati del campo, dovrà dimostrare di essere un giocatore diverso da quello visto. Olynyk ha fatto vedere di essere molto più adatto di lui a giocare da 5 per Spoelstra, ma il 21 è un rimbalzista di prima classe, giocatore di post educato e ha anche in arsenale qualche jumper.  La seconda è nella tenuta fisica di Wade e Waiters. Sono due SG molto simili, con evidenti problemi nel tiro dall’arco, ma possono entrambi creare dal palleggio. Un backcourt con Dragic, Wade e Waiters potrebbe avere pessime spaziature ma essere comunque un difficile rebus per le difese.

ASPETTATIVE: Primo turno dei playoff. Again.

MILWAUKEE
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Risultato stagione 2017/18: Settimo posto Eastern Conference (44-38). Playoff: Primo turno Eastern Conference (Lost to Celtics 3-4)

Inutile dire che con la partenza del 23 verso la California si sono aperte le candidature per il posto di Re della costa Est. Certo, è arrivato Kawhi, ma con entusiasmo e voglia di fare da verificare sul campo. In Wisconsin un pretendente al trono c’è, forse il primo della lista e in pole con Ben Simmons e Kyrie Irving per prendersi la copertina che è stata di James dal suo giorno di esordio coi Cavs. Per aiutare Giannis Antetokounmpo si è finalmente scelto di investire sulla casella coach, pescando Mike Bundeholzer, altro golden-boy nutritosi alla corte di Popovich, e chiedendogli di dare un’idea di base e qualche principio offensivo e difensivo a un team che negli anni di Kidd ha sembrato navigare a vista.

Nella concretezza di concetti portati dall’ex Hawks si inseriscono le firme di Ersan Ilyasova e Brook Lopez, con compiti non troppo celati di posizionarsi sul perimetro e, assieme ad uno dei giocatori in rampa di lancio di questa NBA, Khris Middleton, sgomberare il pitturato per le penetrazioni di The Greek Freak. Bledsoe, che mal si sposa con lo spacing cercato per agevolare il 34,  è chiamato alla stagione del riscatto mentre tanta curiosità c’è attorno al rookie Donte di Vincenzo, che promette di entrare nei cuori dei tifosi.

Il roster, ma questo si sapeva, trova ulteriore profondità in Malcom Brogdon e Thon Maker, che Kevin Garnett continua a considerare potenziale MVP. Non esattamente giocatori di rotazione ma potenziali starters che Budenholzer, abile a distribuire il minutaggio nel roster, sfrutterà a dovere.

UPS: Dopo un anno abbastanza travagliato che ha visto sedere in panchina Jason Kidd prima (licenziato a gennaio) e Joe Prunty (ad interim) poi, i Bucks hanno comunque centrato i PO. Quest’anno la squadra sembra avere molta intercambiabilità sia in attacco che in difesa, con quasi tutti i giocatori a roster che possono giocare in due spot differenti. Pronti ad affrontare la nuova stagione guidati da un gran coach come Budenholzer godono, fra l’altro, di un est a trazione più o meno ridotta, e possono concretamente sognare nell’esplosione definitiva di Giannis, forte di una preaseason nella quale ha fatto vedere delle straordinarie cose e chiamato a quello step ulteriore che lo porterebbe fra i giocatori d’élite assoluta.

DOWNS: Sono 17 anni (stagione 2000/01-Finali di Conference) che i Bucks non passano il primo turno di playoff.  Con la partenza di un discontinuo Jabari Parker (una carriera tormentata da infortuni) la franchigia del Wisconsin perde del talento in attacco. La missione di Bud è quella di allargare il campo a favore delle penetrazioni del Greek Freak e di tiri da dietro l’arco, ma di tiratori affidabili (esclusi Middleton -uno dei giocatori più sottovalutati della lega-e Bledsoe) se ne vedono pochi tra gli esterni, sperando nella vena di Ilyasova e Lopez. Ad oggi si confida in più certezza offensiva da parte di Brogdon e Snell e si spera che nel suo piccolo la 17a chiamata DiVincenzo si faccia trovare pronto.

KEYS: Giannis, Giannis ed ancora Giannis. Ora e per tutta la stagione. Lo scorso anno è partito a mille, poi si è arrestato per poi spegnersi ai Playoff. Si attende un’esplosione coi fiocchi.
Passa tutto da lui.

ASPETTATIVE: Semifinali di Eastern Conference.

NEW YORK KNICKS
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Risultato stagione 2017/18: Undicesimo posto Eastern Conference (29-53)

Partiamo con la notizia più fresca. Joakim Noah ha salutato la carovana. Senza acquirenti e in evidente parabola discendente, più famoso per le foto estive di escursioni in savana con sigaro in bocca che per i pochi highlights sul basket giocato, il figlio di Yannick saluta la Grande Mela dopo 53 partite e una media punti che anche riportare è imbarazzante. Dei 38 milioni ancora garantiti nelle prossime due stagioni i primi 18.5 saranno ancora a cap dei Knicks, mentre i restanti 19.3 saranno pagati in tre comode rate fino al 2022.

Al di là della decisione, arrivata comunque con un timing discutibile, di tagliare Noah, non sembra che la franchigia (ormai da un decennio e più) abbia le idee chiare su cosa fare e come farlo. Difficile ipotizzare una stagione di tanking spudorato ma d’altronde, non fosse per il nuovo coach Fizdale, sarebbe la strada più percorribile allo stato. L’ex Grizzlies succede a Jeff Hornacek, anche lui bruciatosi a New York dopo un’incoraggiante esperienza coi Suns, col compito di dare mentalità a una squadra che, al netto di Kanter che a mezzo social sembra quantomeno attaccato al team, non ha trovato la sua bussola e pende clamorosamente dallo stato di salute e dal recupero di Porzingis.

UPS: Hanno a roster Kristaps Porzingis, e già questa è una bella notizia. Dei tanti paragoni sprecati con Dirk per ogni lungo capace di tirare da tre, questo sembra il più azzeccato. Il lettone, probabilmente out for the season per non lasciare nulla al caso nel recupero per la rottura del crociato (complice una stagione che non si prospetta certo vincente e bisognosa del suo apporto con recuperi lampo), è una delle poche sicurezza della franchigia nonché l’unica scelta davvero indovinata negli ultimi draft. A Tim Hardaway Jr, Enes Kanter, Emmanuel Mudiay, Frank Ntilikina, Trey Burke e soprattutto Kevin Knox il compito di far sorridere gli ormai disillusi tifosi Knicks. Proprio il rookie, a tratti superlativo in Summer League, resta la maggior attrazione in città con giocate ad altezze siderali e soprattutto una freschezza atletica e un atteggiamento che sembra decisamente propositivo. Con lui anche Mitchell Robinson, giocatore di atletismo surreale e candidato a sorprendere soprattutto nei pressi del ferro. Incuriosiscono le scommesse Vonleh e, soprattutto, Hezonja, non sbocciato in quel di Orlando: può rivelarsi un’idea più che vincente.

DOWN: che il tempo a disposizione per ricostruire non diventi una scusante. New York ha certamente margine per mettere in piedi nel giro di 2-3 anni un progetto entusiasmante ma la pazienza dei tifosi, addirittura in protesta alla chiamata di Knox (che ricorda sinistramente la reazione a Porzingis) è agli sgoccioli. Dopo anni di delusioni e il totale fallimento dell’esperienza Melo serve una svolta e attendere il rientro di Porzingis per fare esperimenti potrebbe far scoppiare l’ambiente. A Fidzale inoltre spetta costruire un sistema difensivo migliore di quello visto finora, sia come semplici punti subiti che come voglia di sporcarsi le mani da parte dei giocatori, poco inclini al sacrificio. Ntilikina in questo può diventare il braccio del coach in campo.

KEYS: i Knicks hanno un core estremamente giovane e pimpante e se Fizdale dovess riuscire a costruire un sistema difensivo all’altezza del potenziale fisico e atletico dei suoi ragazzi la stagione dei Knicks potrebbe prendere vie inaspettate.

ASPETTATIVE: stagione con una forbice ampia. Se Knox è quello visto in Summer-League a New York si divertono e l’entusiasmo rischia di diventare contagioso. Se, come più probabile, ci sarà un normale periodi di adattamento e di ricerca dei fondamentali su cui investire (palleggio e tiro dalla distanza su tutti), lo scoramento potrebbe prendere il sopravvento e si parlerebbe di un’altra stagione fallimentare. Tra le 35 vittorie e le 26-27 corre pochissima differenza.

ORLANDO
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Risultato stagione precedente: Penultimo posto Western Conference (25-57)

Estate sognante a DisneyWorld. Orlando rinnova il proprio frontcourt puntando al draft su Mo Bamba e le sue fenomenali doti fisiche (2.13 m, ma soprattutto una apertura  “alare” da 239 cm). Hammond, da ormai più di un anno GM dei Magic, imbastisce anche alcune trade di contorno: la prima coinvolge i Nets, con i quali Orlando effettua uno scambio tra poveri, in cui i giocatori coinvolti sono Bismack Biyombo (a Brooklyn) e Timo Mozgov, che vediamo già pronto a sventolare gli asciugamani delle panchine dell’Amway Center. La seconda coinvolge Chicago, da cui i Magic ottengono il redivivo Jerian Grant, in cambio di qualche briciola di pane (ossia il contratto non garantito dell’ex Reyer Julyan Stone). Fournier e Jonathon Simmons super-confermati e pronti a dare un solido contributo di punti di cui il reparto esterni ha disperatamente bisogno visto il rendimento altalenante di Terrence Ross e la lenta ascesa di Jonathan Isaac, numero 6 dello scorso anno, ancora fuori dai radar NBA causa problemi fisici.

UPS: Il cambiamento sostanziale, però, si è avito nel coaching staff: al posto del deludente Frank Vogel, Hammond punta su coach Clifford, uscente da Charlotte, con il chiaro intento di instillare nella squadra una mentalità più difensiva: Orlando ha concluso infatti la scorsa stagione al ventesimo posto per efficienza difensiva, concedendo agli avversari 109.3 punti ogni 100 possessi.

DOWNS: I problemi per i Magic rimangono un po’ sempre gli stessi: la mancanza di un playmaker credibile (Augustin e Grant sono probabilmente tra i peggiori starter nel ruolo in NBA), la dipendenza dai margini di miglioramento di un Aaron Gordon, fresco di rinnovo quinquennale a (84 mln totali a scendere, buone le cifre visto il potenziale del ragazzo), che si è sempre dimostrato piuttosto incostante e, soprattutto, molto poco leader. La crescita di Isaac sarà un altro tema fondante della stagione di Orlando: il sophomore ha terminato anticipatamente la scorsa annata per infortunio, ma è sembrato piuttosto in palla nelle prime uscite di pre-season. Continua a mancare un playmaker e quindi si continuerà a dipendere nel ruolo da D.J. Augustin

KEYS: Con la chiamata numero 6 i Magic hanno pescato Mo Bamba, Inutile dire che le sorti sul medio-lungo termine della franchigia dipendono da lui e da quanto si dimostrerà pronto a giocare in una pallacanestro sostanzialmente diversa da quella giocata finora e dove dovrà affinare le sue capacità tecniche (vedi raggio di tiro, su cui il ragazzo ha lavorato tantissimo in estate) per sopravvivere e imporsi. Orlando avrà bisogno probabilmente di muoversi sul mercato anche dopo l’inizio della regular season (fari puntati, in questo senso, su Vucevic e il suo contratto in scadenza). Riuscirà Hammond a indossare i panni della fata turchina e trasformare questa zucca in carrozza?

ASPETTATIVE: Fuori dai Playoff, stagione da 35 vittorie o giù di lì.A

PHILADELPHIA
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Foto di Matteo Marchi

Risultato stagione 2017/18:  Quarto posto Eastern Conference (52-30). Semifinale Playoffs (Lost 1-4 vs Boston Celtics)

Il dopo LeBron passa da Boston e Philly, il dopo LeBron passa da Boston e Philly, il dopo LeBr… Insomma avete capito. Siamo stati 12 mesi a dire che l’eredità di James, Cavs o chi per esso dato che ogni squadra avrebbe avuto la medesima riuscita col 23, si sarebbe spartita negli anni a venire tra Tatum e Simmons, Horford e Embiid, Irving e (si spera) Fultz. E ora? Ora si spera di vedere Ben e Joel più maturi quando la palla peserà e un Markelle Fultz finalmente sano e nei meccanismi di squadra. L’estate è stata vissuta nell’attesa del grande colpo (a testimoniare una seppur minima chance di arrivare a James, i Sixers non hanno rifirmato Belinelli e Ilyasova perdendo due ottimi role-player dalla panchina) ma, una volta partito il pacco in direzione Los Angeles, Colangelo ha comunque tamponato i danni con le firme di Chandler e la conferma di Johnson e Redick. Grande flessibilità salariale dovuta a contratti in scadenza o annuali, vista la volontà di attentare sul serio la free-agency del prossimo anno. Al draft si è puntato su Zhaire Smith che però, in pieno stile rookies Sixers, ha fatto subito crack. Sorte diversa, per ora, è toccata a Landry Shamet che si presenterà regolarmente ai nastri di partenza della stagione. Considerando i precedenti, è già una vittoria. Saric-Johnson e Muscala sembrano perfettamente complementari nei ruoli di ala grande titolare e cambi.

UPS: L’arrivo di un 3-and-D d’esperienza come Wilson Chandler da Denver aggiunge pericolosità sul perimetro e solidità difensiva sugli esterni per una squadra che durante la scorsa stagione ha fatto del tiro da 3 una delle armi principali del proprio attacco ma che si è bruscamente inceppato proprio sul più bello sotto i colpi della soffocante difesa dei Boston Celtics. Utilissimo in questo senso anche il rinnovo di JJ Redick, e l’arrivo di Mike Muscala, lungo versatile con la mano dolce, che di fatto va a rimpiazzare il partente Ersan Illyasova.  Ma naturalmente la vera acquisizione che può rappresentare un plus enorme è il recupero di Markelle Fultz, prima scelta assoluta allo scorso draft, che dopo aver perso praticamente tutta la sua prima stagione per problemi di coordinazione muscolare alla spalla, ha lavorato tutta l’estate nella ricostruzione della forma del proprio jumper ed i rumors attorno all’ambiente del giocatore lo danno come pronto a dimostrare tutto il suo valore e a ricordarci perchè fu scelto come top player al draft. HYPE a mille.

DOWNS: Lo scandalo che ha colpito il GM Colangelo, poi licenziato, ha probabilmente influenzato in maniera negativissima un’offseason che si preannunciava scoppiettante. Si facevano i nomi di Lebron James, Paul George, Kawhi Leonard, giocatori capaci di far fare ai giovani e promettenti Sixers quest’ultimo salto di qualità necessario per proclamarsi contender a tutti gli effetti. Non è arrivato nessuno di questi. Inoltre sono emerse sin da subito perplessità sulla scelta al draft che ha portato Mikal Bridges, decimo scelto dai Sixers, a Phoenix in cambio di Zhaire Smith scelto dai Suns con la 16esima scelta. Vero che i Suns nella trattativa hanno aggiunto una scelta dei Miami Heat non protetta da riscuotere nell’anno 2021 ma se ci mettiamo sopra che Bridges era considerato proprio quell’esterno che poteva fare comodo a coach Brett Brown, e che Zhaire Smith si è subito rotto un piede e starà fuori probabilmente per gran parte, se non tutta, la stagione, forse qualche rimpianto almeno nel breve periodo lo avranno anche perché Redick già durante gli scorsi Playoffs si è dimostrato inadatto a reggere nella metà campo difensiva, bersagliato continuamente dagli avversari che segnavano con estrema facilità su di lui.

KEYS: Fultz, se recuperato, potrà certamente dare tantissimo a questa squadra che mancava soprattutto di alternative offensive quando Embiid si sedeva in panchina, ma il destino di questa squadra passa inevitabilmente dall’evoluzione di Ben Simmons e dalla sua pericolosità palla in mano. Sappiamo tutti che può arrivare al ferro facilmente ma è molto limitato nelle soluzioni offensive. Allargare il suo range di pericolosità darebbe una svolta totale all’attacco e alle ambizioni di Philadelphia, e non parlo essenzialmente di tiro da fuori, cosa davvero difficile da implementare nel giro di un’estate ma di soluzioni arresto e tiro sui 4-5 metri, o meglio ancora fadeways partendo dal post basso sfruttando una stazza non pareggiabile per i pari ruolo avversari. Un anno in più d’esperienza sicuramente si farà sentire per una squadra che proprio nella serie contro i Celtics ha combinato un’enorme mole di errori soprattutto nei momenti decisivi.

ASPETTATIVE: Vero che LeBron non c’è più ad Est e molto dipenderà dagli accoppiamenti ma fondamentalmente non vedo i Sixers in grado di superare Boston e forse nemmeno Toronto, quindi mi aspetto un’annata simile a quella passata, partecipazione ai Playoffs pressoché scontata e poi in base agli accoppiamenti potrebbero dare grande battaglia per raggiungere la finale di Conference assieme a Washington, altra mina vagante dell’Est.

TORONTO RAPTORS
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Risultato stagione 2017/18: primo posto Eastern Conference (62-20)  Playoff: Semifinale di Conference (lost 0-4 vs Cleveland Cavaliers)

Dopo l’ennesimo cappotto per mano del Re in Canada hanno deciso di avviare una piccola rivoluzione, forse alle porte proprio della stagione in cui la partenza del 23 avrebbe parzialmente spianato la strada verso la Finale di Conference. Via Dwane Casey, COY, e soprattutto via senza troppi patemi Demar DeRozan, sacrificato sull’altare per prendere Kawhi Leonard, pur senza prospettiva di vedergli firmare l’estensione contrattuale tra 11 mesi. A Nick Nurse il compito di guidare questa squadra, dopo averla rivoluzionata da dietro le quinte in attacco, diventato molto più collettivo e meno dipendente dagli isolamenti che ne hanno contraddistinto i primi anni. Non solo cambiamenti però, perché Toronto può contare sul rendimento assicurato di Lowry e Ibaka tra gli starters e sull’impatto dalla panchina della rivelazione Fred VanVleet. In ala piccola OG Anunoby lavora per diventare un 3&D alla Ariza, a completare il quintetto un Jonas Valanciunas che, nel contract-year, potrebbe giocare con qualche motivazione in più complice l’ingaggio di Grego Monroe che potrebbe sfilargli il posto. Tiratori ne abbiamo? CJ Miles e Danny Green.

Insomma, altro che ossa rotte: i Raptors sono usciti alla grande da questa estate. La kryptonite con il numero 23 si è spostata su un altro pianeta e, sebbene sarebbe probabilmente bastata la partenza per la California di LeBron per far pensare a Ujiri, Presidente di Toronto, di poter finalmente competere per le Finals, dopo 3 anni consecutivi di eliminazione ai playoff per mano del Prescelto si è scelto un rebuilding soft che, nel caso in cui Leonard non dovesse innamorarsi del Canada scegliendo di restare (speranza che nutrono sulla falsariga di PG ai Thunder), ci sarebbe spazio salariale per uno o due ottimi giocatori e tanti giovani su cui rifondare.

UPS: Kawhi, Kawhi, Kawhi. Da un punto di vista tecnico, Toronto risolve con questa sola acquisizione molti dei problemi difensivi palesati negli ultimi anni, specialmente ai Playoff, in particolar modo sugli esterni.  Nonostante un anno fermo ai box, non si deve dimenticare che parlando di Kawhi si parla di un candidato MVP: uno status che DeRozan non ha mai raggiunto e, probabilmente, mai raggiungerà. Il roster in generale appare comunque molto più completo e intercambiabile, con Green, Anunoby e Siakam, ad esempio, a rivestire il ruolo di preziose armi tattiche, anche in chiave di eventuale match up con Golden State (si, forse andiamo troppo avanti col pensiero)

DOWN: In Canada hanno deciso di far saltare per aria tutto: via DeRozan e Poeltl, dentro Leonard e Green. Fiumi di parole si potrebbero e dovrebbero scrivere sulla decisione di Toronto di far partire il giocatore che ha messo a referto più punti nella storia della franchigia. DeMar che cancella tutte le sue foto dell’account instagram in divisa Raptors, Ujiri che dichiara apertamente di aver sbagliato umanamente con il ragazzo di Compton. C’è tanto, a livello umano, per lasciare una piccola cicatrice nello spogliatoio.

ASPETTATIVE: La Finale di Conference per i Raptors non è mai stata così vicina e, salvo infortuni, con una RS importante e incroci che facciano evitare Celtics e Sixers in SF si può coltivare il sogno di arrivare a 4 vittorie dalle Finals. Per poi vedere se Kawhi si ricorda come essere decisivo

WASHINGTON WIZARDS
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Risultato stagione 2017/18: Ottavi nella Eastern Conference (43-39)

Playoff: Primo turno (lost vs Raptors 4-2)

I maghi della capitale si preparano alla loro prima stagione coi Big Three liberati, come tanti nella Eastern, dall’egemonia di LeBron James e dei Cleveland Cavaliers. Wall e compagni (e già nella premessa sorge spontanea una domanda: è davvero l’ex Kentucky il leader della squadra?) riusciranno a dimenticare la fallimentare passata stagione e a migliorare il grande risultato dei Playoff del 2016?

UPS: Inutile negarlo, il quintetto di Washington insieme a quello dei Boston Celtics è probabilmente quello più talentuoso dell’intera Conference orientale: lo starting five del 2016 per efficienza fu secondo solo a quello dei Warriors. Ne sono rimasti 4, ovvero Wall, Beal, Porter e Morris mentre Gortat è stato scambiato con Austin Rivers; un affare che ha accontentato sia i Clippers in cerca di un lungo dopo l’addio di DeAndre Jordan, sia i Wizards che cercavano un backup con punti nelle mani  cercavano un backup con punti nelle mani e con buone doti di playmaking da affiancare a Satoransky. Con tre max contract a gravare sul salary e con poco margine di movimento i capitolini oltre al figlio di Doc hanno portato a casa al minimo salariale Dwight Howard, unica nota positiva (se si esclude Kemba Walker) dei disastrosi Hornets della passata stagione che a certe cifre è certamente un upgrade rispetto al martello polacco. Il vero colpo della free agency è però Jeff Green che completa una second unit finalmente in grado di non poter dare più minuti di riposo ai titolari. Attenzione al giovanissimo rookie Troy Brown Jr. che non ha una collocazione ben precisa in campo ma è una dinamo di energia inesauribile.

DOWNS: purtroppo a volte il talento non è sufficiente per portare a casa i risultati e i Wizards sono la rappresentazione perfetta di questa costante. I problemi interni sono noti a tutti, Gortat ed i suoi tweet sibillini sulla presunta miglior circolazione di palla con Wall fuori per infortunio hanno messo alla luce la presenza di una vera polveriera più che uno spogliatoio. Il problema non si risolve di certo con la sua cessione perché Kieff Morris, Kelly Oubre e lo stesso Wall rimangono tre teste calde come ce ne sono poche in giro per la Lega. A questo aggiungiamo il dualismo Beal-Wall col primo che in assenza del secondo si è caricato la squadra sulle spalle meritandosi la prima convocazione all’All Star Game della sua carriera: i due sui social sembrano aver lasciato alle spalle gli attriti dovuti ai rispettivi contratti, ma sarà il campo ad esprimere il giudizio definitivo. Rimangono poi i limiti di Brooks come coach che ha certamente regalato un basket più piacevole rispetto all’era Wittman (111.2 e 109.3 l’offensive rating delle due stagioni da head coach) ma ha palesato i soliti problemi di una rotazione eccessivamente accorciata (come dicevamo in precedenza non solo per colpa sua) e di un’influenza psicologica quasi nulla sui giocatori. Chissà cosa sarebbe il buon Scott con un po’ più di “polso”

KEYS: la miglior stagione da un po’ di anni a questa parte è coincisa con il Markieff Morris migliore di sempre che è stato uno degli ultimi ad abdicare in gara 7 delle Eastern Conference Semifinals al TD Garden. Rispetto alla stagione precedente il gemello di Marcus è peggiorato sia per quanto riguarda i la media punti (14 contro 11.5) che quella relativa ai rimbalzi (5.6 a fronte di 6.5). Sembra fin troppo evidente che con quelle mani e quella tecnica occupi una posizione nevraglica del sistema Wizards che dovranno spesso affidarsi ai suoi isolamenti in post e al suo tiro piazzato (il 36.7% da 3 del 17/18 rappresenta il suo career high). Decisiva dovrà essere anche una panchina che quest’anno con Green, Rivers, Oubre Jr. e Satoransky non teme contraccolpi all’interno delle partite

ASPETTATIVE: Eastern Conference Semifinals. Da lì saranno una mina vagante.