DALLAS MAVERICKS
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Risultato stagione 2017/18: tredicesimi in Western Conference (24-58)

I Mavs vengono dalla peggior stagione da quando Rick Carlisle siede sulla panchina dei texani (2008, record di 380-260 da allora). Per il secondo anno consecutivo infatti Dirk e soci non hanno centrato la qualificazione alla post-season, ma la stagione che sta per iniziare può riservare sorprese positive ai campioni NBA del 2011. Il motivo a occhio e croce dovreste averlo intuito tutti. Classe 1999, da Lubiana, con il numero 77.

UPS: partiamo da un presupposto: è difficile ipotizzare una stagione peggiore di quella appena trascorsa soprattutto se non più tardi di 4 mesi fa ti sei assicurato il miglior rookie in circolazione o comunque quello certamente più “NBA ready”, vale a dire il campione d’Europa con la Nazionale Slovena e di club col Real Madrid: Luka Doncic. Il ragazzo in preseason ha fatto vedere cose da far girare la testa e la coppia che forma con Dennis Smith Jr. si integra molto bene tatticamente e può diventare uno dei backcourt più temibili dei prossimi anni.

Ottimo l’acquisto di DeAndre Jordan finalmente liberato (in tutti i sensi) dai Clippers e da Lob City. Il suo innesto può prolungare la “vita” cestistica di Dirk Nowitzki, che all’ultimo giro di valzer vorrebbe salutare il suo pubblico con la partecipazione ai Playoff. Gli Spurs da ricostruire post-Kawhi e post-infortunio di Murray, così come i Thunder senza Roberson a inizio stagione e i T’Wolves ancora alle prese con la grana Butler aprono un timido spiraglio per Dallas, che ha il dovere di sognare.

DOWNS: Wunderdirk, se si esclude la stagione da rookie, ha collezionato le peggiori medie da quando ha lasciato i Wurzbugr X-Rays per approdare in Texas: i 12 punti di media in soli 24.7 minuti di utilizzo rimangono buoni numeri per un 41enne, ma non può essere più il tedesco il leader tecnico della squadra di Cuban. Il punto è che, ad oggi, né Smith, né Doncic, né Barnes sono in grado da subito di raccogliere la sua eredità. La panchina con Harris, Barea e Mejri non è certamente all’altezza del quintetto base anche se in preseason Kleber e il terzo fratello Antetokuonmpo, Kostas, hanno fatto intravedere buone cose. I Playoff possono essere raggiungibili, vero, ma ad oggi i Nuggets partono davanti a tutti per l’ultimo posto disponibile.

KEYS: con uno dei migliori allenatori degli ultimi 20 anni tutto è possibile e il mix fra freschezza ed esperienza del quintetto può essere propulsore per una stagione molto sopra le aspettative e diversa dall’ordinario rebuilding. Chi deve fare il salto di qualità dal punto di vista mentale è però Harrison Barnes che ha migliorato e di tanto le sue medie dopo l’addio alla Baia (nella passata stagione 18.9 e 6.1 rimbalzi a partita) ma non ha ancora dimostrato di poter essere il leader se non emotivo (e d’altronde il suo semi-mutismo lo impedisce) quantomeno tecnico. Se l’ex Tar Heel riuscirà a compiere l’ultimo step allora anche i Mavs hanno una possibilità.

ASPETTATIVE: i Mavericks essere la rivelazione della stagione se Doncic si dimostra da subito pronto come tutti lo immaginiamo. Eventuali problemi di adattamento, soprattutto difensivi (da qui la probabile mossa di Carlisle di farlo partire da Power Forward) potrebbero rappresentare piccoli intoppi che renderebbero la stagione dei Mavs un “prepararsi a ciò che sarà, con tanti saluti all’ambizione di regalare un’ultima cavalcata a Dirk.

DENVER NUGGETS
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(AP Photo/David Zalubowski)

Risultato stagione 2017/18:  Nono posto Western Conference (46-36)

Vedendo questi Timberwolves i tifosi Nuggets staranno sicuramente masticando amaro: la squadra di Thibodeau, vincitrice proprio al fotofinish della volata per l’ultima piazza Playoffs, è in totale confusione e in piena balia degli eventi dopo il “coming out” di Jimmy Butler. Questo aumenta si il rammarico per quanto sfuggito pochi mesi fa ma offre una sicurezza in più ai Nuggets, pronti ad approfittare dei passi falsi di diverse franchigi e forti di un roster un anno più maturo e rodato a disposizione di Mike Malone.

Jokic è diventato una garanzia e si spera di vederlo all’altezza anche in difesa, Harris dopo la passata stagione è di diritto tra le migliori SG della Western, Paul Millsap di ritorno dall’infortunio sarà il solito, sottovalutatissimo, giocatore a tutto tondo, pronto a dimostrare il suo già noto valore e a zittire chi, stipendio alla mano, lo ritiene poco all’altezza della situazione. Gran parte delle fortune di Denver passeranno dalla sua ritrovata condizione fisica.

UPS: Sono arrivati letteralmente a qualche centimetro dai Playoff lo scorso anno. Il che diventa un vantaggio se si riesce a tenere l’ossatura della squadra tutta al proprio posto, cosa che in Colorado è riuscita perfettamente. La firma di Jokic era cruciale per dare continuità e credibilità al progetto.  Così come quella di Barton. Le cifre (più di 50 mln nei prossimi 4 anni), sono figlie del mercato attuale e dei contratti, forse un po’ altine,  ma il ragazzo ha dato segnali importanti durante la stagione passata e meritava il prolungamento. 

Grossi rischi, grossi guadagni: con questa frase si spiegano le altre due mosse in entrata della offseason, Michael Porter Jr e Isaiah Thomas. MPJ era considerato uno dei migliori prospetti di questo draft, ma di fatto non lo si vede giocare 5 vs 5 dal suo anno di liceo. Se dovesse tornare sano (modello Embiid-Simmons) potrebbe essere esattamente quel che manca al quintetto per fare il definitivo salto di qualità. IT, invece, dovrà dare punti dalla panchina. Anche qui, purtroppo, i dubbi sono legati alla tenuta fisica. Dopo un anno passato sostanzialmente ai box, il “piccoletto” dal grande cuore ancora non è sano. Anzi, sembra essere lontano dall’esserlo. Dovesse tornare in condizione, sarebbe un’altra aggiunta importante. Il tutto senza dimenticare uno dei candidati a MIP della stagione, Jamal Murray, in cerca di conferma dopo una stagione di altissimo profilo. In aggiunta, hanno sostanzialmente regalato Chandler, Faried ed Arthur, guadagnando circa 30 mln in trade exceptions che, tradotto, vuol dire 30 mln da “spendere” sul mercato entro luglio prossimo.

DOWNS: Sono, come spesso succede, strettamente correlati ai fattori positivi: la squadra l’anno scorso ha giocato un bellissimo basket, con più di 25 assist a partita di squadra, un attacco estremamente prolifico, ma una difesa rivedibile. La firma di Jokic e Barton ha costretto la società a liberarsi di Chandler, l’unico vero 3&D della squadra. Se da un lato questo lascia ben sperare in ottica MPJ, perché quello sarebbe esattamente lo spot che andrebbe a ricoprire, dall’altro lascia molti dubbi sulla tenuta difensiva della squadra in attesa del suo rientro (e pure per dopo, vista la sua prolungata assenza dai campi). Il tutto Torrey Craig permettendo, che sembra poter attentare a quel ruolo con solidità.

Jokic è chiamato ad uno step up difensivo forte, in grado di trascinare anche mentalmente i compagni. Dal punto di vista difensivo, la firma di IT non fa dormire sonni tranquilli neanche alla second unit, ma sarà interessante vedere come verrà inserito in un sistema in cui i passaggi dal gomito per i tagli a canestro generano gran parte dell’attacco.  Per convincere chi di dovere a prendere Arthur, Faried e Chandler hanno ceduto scelte, cosa mai buona da fare, a maggior ragione per una squadra che non è (ancora) una delle principali contender.

KEYS: Vale per tutti, ma per Denver di più: devono essere sani fisicamente. MPJ potrebbe essere ricordato, fra qualche anno, come uno steal mostruoso al draft, dovesse diventare il giocatore che dicevano sarebbe stato. Millsap può cambiare l’identità difensiva di una squadra, e l’anno scorso è mancato tantissimo. IT ha una voglia di dimostrare al mondo che, ancora una volta, si sono sbagliati in tanti e potrebbe rivelarsi un’arma affilatissima da usare in determinati momenti della partita. Il minimo salariale per veterani stà lì, a ricordargli, per l’ennesima volta, “pick me last again”. Come al draft. Come sempre.

ASPETTATIVE: Sani? Playoff, secondo turno. Rotti? Noni. Forse decimi.

GOLDEN STATE WARRIORS
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AP Photo/Joe Skipper

Risultato stagione 2017/18: Secondo posto Western Conference (58-24)

Playoff: Nba Champions (4-0 vs Cleveland Cavaliers)

Da dove si parte nel parlare della miglior squadra NBA per distacco reduce da 4 Finals consecutive? Ah beh, si può partire dal mercato. E in modo molto semplice: la squadra con Steph, KD, Klay Thompson, Draymond Green, Andre Iguodala e Shaun Livingston ha aggiunto al proprio roster, dalla free-agency, DeMarcus Cousins. Difficile dire se i famosi 5,3 milioni con cui è stato firmato l’ex Kentucky per un anno fossero davvero l’unica offerta in mano al lungo, ma bravi loro a pensarci prima di tutti. D’altronde un modo per dare nuova linfa alla già affamatissima banda nelle mani di Kerr non poteva che essere quello di pescare un giocatore alla compulsiva ricerca di successo (e di un bel contrattone in ottica 2019/20). Sei nel posto giusto per metterti in vetrina e nel frattempo puoi mettere un anello al dito, mica male.

UPS: I Warriors sono in pratica gli stessi che hanno sculacciato i Cavs, con un McGee in meno e un DMC in più. Difficile stare lì ad analizzare pro e contro di questa aggiunta che sembrano quasi scontati, anche perché se metti nel motore della squadra più forte in circolazione uno dei primi 3 centri nella Lega non puoi che giovarne, pur al netto dei discorsi circa la capacità del gioco dinamico dei Warriors di assorbire un centro che, anche se con spiccata propensione al tiro da fuori, predilige il gioco spalle a canestro. In più è arrivato Jonas Jerebko, vecchia conoscenza del campionato italiano ai tempi di Biella che, con Looney, Cook e Bell garantirà efficienza in uscita dalla panchina.

DOWN: Potremmo davvero essere al canto del cigno per questo roster? Probabile. Durant si appresta a diventare free-agent in estate (ha un’opzione da 31.5 milioni ma gli insiders lo danno già alla ricerca di una nuova squadra), Klay dovrà rinnovare e lo stesso Cousins (con Jerebko) vedrà scadere il suo modico contratto. Trovare un assetto che lasci tutto invariato vorrebbe dire lasciare sul tavolo tanti soldi per almeno due di questi tre: difficile però che con un cap che verrà ulteriormente ritoccato verso l’alto (e con esso la disponibilità economica delle pretendenti di questi  giocatori) non ci siano partenze dolorose.

KEY: farli coesistere. Steve Kerr ha risposto in modo egregio alla sfida KD, riuscendo a inserire in un meccanismo già rodato il 35 ex Thunder. Riuscirà a fare lo stesso con Cousins? Giocherà con Green o lo alternerà con lui? E soprattutto, in nome delle vittorie, DeMarcus metterà da parte il suo carattere a dir poco problematico?

ASPETTATIVE: Eddai…

HOUSTON ROCKETS
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AP Photo/David J. Phillip

Risultato stagione 2017/18: Primi nella Western Conference (65-17)

Playoff: Western Conference Finals (lost to Warriors 4-3)

I Rockets, smaltita la delusione per il finale amaro di stagione conclusa ad un passo dalle NBA Finals e dal virtuale anello si presentano ancora come una delle favorite assolute nonostante i cambi di roster che tutti sanno. La domanda è sempre la stessa e ricorre ormai da anni: sarà in grado Carmelo Anthony di tornare sui livelli di Denver e far dimenticare la partenza di un uomo chiave della squadra texana come Ariza?

UPS: partire con l’MVP ancora dalla tua parte non può che fare di te la principale indiziata a spodestare (o almeno provarci) i Warriors: Houston riparte con gli stessi obiettivi di 12 mesi fa sperando che gli infortuni di Chris Paul siano definitivamente terminati con gara 5 delle WCF. L’assenza di CP3 negli ultimi due episodi della serie ha pesato enormemente ed è pensiero comune che con lui in campo probabilmente a sfidare il 23 ci sarebbero stati i razzi. Morey non è rimasto certamente a guardare in estate e, preso atto del terribile 0-27 consecutivo da 3 in gara 7, ha deciso di tentare il tutto per tutto affiancando a Chris e James uno dei primi 20 realizzatori della storia NBA come Carmelo Anthony, finito ad Atlanta nello scambio che ha portato Schroder ai Thunder e “buyouttato” volentieri dagli Hawks. L’obiettivo del GM è chiaro: far si che l’attacco possa per qualche tratto di partita anche prescindere da quei due trovando in Melo un terminale affidabile sia da fuori che nelle pochissimo utilizzate zone intermedie all’interno dell’arco. In estate Melo pare aver mostrato una voglia che non si vedeva da tempo, complice anche il divorzio traumatico dalla moglie Lala, e potrebbe essere al netto di ogni ragionevole dubbio il tassello che mancava all’attacco dei Rockets. Michael Carter-Williams e James Ennis infine vanno a sostituire i partenti Ryan Anderson (scambiato con Marquese Chriss) e Trevor Ariza, entrambi finiti ai Suns

DOWNS: Ariza e Mbah a Moutè costituivano il motivo principale insieme a Tucker e Capela per cui la difesa di Houston era una delle migliori della Lega: la squadra di D’Antoni infatti è risultata la settima retroguardia per punti subiti (103.9) e la sesta per defensive rating (106.1), numeri che uniti al miglior offensive rating (114.7) hanno reso i Rockets la migliore squadra della Lega. Perse le due ali è arrivato Melo che aggiunge sì qualcosa dal palleggio e in isolamento quando gli avversari collasseranno su Harden e Paul ma che a differenza dell’ex campione NBA coi Lakers non ha e difficilmente avrà mai la stessa attitudine difensiva: difficile che a Melo si possa affidare nei momenti caldi delle partite uno come Kevin Durant. I numeri inoltre parlano chiaro: l’ex OKC nella scorsa stagione è andato per la prima volta sotto i 20 punti di media in carriera (16.2) e ha peggiorato notevolmente la sua decision making in attacco; ecco perché il compito di D’Antoni di dargli nuovo lustro è certamente stimolante ma al tempo stesso complicato.

KEYS: L’ex playmaker dell’Olimpia Milano sembra aver convinto Anthony a partire dalla panchina muovendo James Ennis o Chriss come ala piccola titolare. La mossa se azzeccata potrebbe rendere la second unit di Houston con Gordon, Melo e Gerald Green una delle più pericolose della Lega, soprattutto se messa di fronte ai panchinari degli avversari. Quanto e come riuscirà a giocare CP3 è fondamentale per i destini dei Rockets che hanno a contratto l’ex Clippers ancora per 4 stagioni in cui sperano che di poter trarre ogni goccia di energia dal suo gioco e dalle sue gambe. Negli ultimi 5 minuti di partita sarà inevitabile vedere i big 3 in campo magari anche con Eric Gordon ed è li che i Rockets dovranno dimostrare di avere ancora la solida mentalità difensiva dello scorso anno nonostante la partenza di Ariza.

ASPETTATIVE: Western Conference Finals, almeno.

LOS ANGELES CLIPPERS
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Risultato stagione 2017/18:  Decimo posto Western Conference (42-40)

Da Lob-City e patria dello spettacolo a smobilitati e front-runners per la free-agency 2019/2020 il passo è brevissimo. Via Paul, Griffin e DeAndre Jordan nello spazio di 12 mesi per far spazio a giocatori di talento ma decisamente injury-prone. Il tutto con vista estate 2019, dove poche squadre avranno il margine dei Clippers.

Teodosic è atteso a una stagione “vera” dopo quella in chiaroscuro della scorsa stagione, Lou Williams alla conferma del rendimento monstre da sesto uomo, partendo da quella panchina da cui si alzeranno anche Pat Beverley e Montrezl Harrell, chiamati a dare difesa e muscoli per far rifiatare i titolari. E poi c’è il Gallo. Speriamo dalla partita numero 1 alla numero 82, di più non diciamo. Nella Los Angeles rossa, con l’arrivo di LeBron James ai Lakers,  il dominio cittadino è in crisi.  Per vedere i Clippers con uno score inferiore a quello dei cugini bisogna tornare alla stagione 2011-2012, la stagione del lockout, dove i Lakers chiusero con 41 vittorie, una in più di loro. Difficile non si ripeta anche quest’anno, ma la mente di Rivers e soci è ben salda al pensiero dei due max contracts che potranno offrire tra 12 mesi alle super-star pronte a mettersi sul mercato.

UPS: La squadra di Los Angeles ha una buona base di partenza, sempre che rimanga sana. Sarà fondamentale avere Danilo in forma per tutta la stagione, anche se non sarà lasciato da solo: Teodosic alla seconda stagione in NBA, Lou Williams reduce dalla propria miglior stagione dal punto di vista realizzativo, due centri di buon livello come Gortat e Marjanovic e Beverley che potrà essere fondamentale in ottica difensiva, così come Avery Bradley, sperando abbia risolto i suoi problemi fisici. Tutti validissimi giocatori.

DOWNS. Il tracollo della passata stagione può sembrare l’inizio della fine per i Clippers. L’identità di questa squadra non è ancora stata definita e, nell’NBA contemporanea, restare nel limbo è forse la situazione peggiore possibile. Sarà necessario capire sin da subito le effettive prospettive di crescita e, ovviamente, individuare nel mercato delle trade e delle free agency gli asset migliori per il futuro.

KEYS: Infermeria e board. La stagione appena passata è stata devastante dal punto di vista degli infortuni e, proprio per questo, sarà la tenuta fisica di squadra ad essere sotto la lente di ingrandimento. Allo stesso tempo, però, la dirigenza Clippers dovrà valutare molto bene il futuro di questo roster per provare non solo a mantenere il dominio cittadino, ma anche a inserirsi di prepotenza nel selvaggio West.

ASPETTATIVE: si prevede la prima stagione sotto il 50% dal 2010-2011, con verosimilmente 35-40 vittorie, ma non è da escludere un’annata migliore se tutto, ma proprio tutto, dovesse andare per il meglio. E, se così fosse, sarebbe perché Danilo ha giocato almeno il 75%  delle partite. Se son rose, fioriranno.

LOS ANGELES LAKERS
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Risultato stagione 2017/18: undicesimo posto Western Conference (35-47)

Se questi Lakers non vi intrigano non voglio nemmeno conoscervi. E non è LeBron il punto, o almeno non solo. LeBron è indubbiamente il motivo per cui un’ondata di talento, di certo incompreso e decisamente anarchico, si trova oggi alle dipendenze di coach Walton o ci è rimasto (vedi offerte respinte per praticamente tutte le giovane star che, si spera, diventeranno “uomini” sotto la guida del 23). Ma la curiosità attorno alla squadra è dettata anche da un roster profondissimo, anche se palesemente bilanciato verso gli esterni. O, meglio dire, volontariamente bilanciato verso gli esterni.

Il basket di oggi position-less ti impone scelte particolari e Magic non si è fatto trovare impreparato.  Anzi, ha preso tutti controcorrente in modo rischioso ma coraggioso. La franchigia che fu di Shaq, a sua volta ennesimo centrone di una tradizione lunga più di mezzo secolo, si affaccia alla stagione 2018/19 senza il canonico Big-Man (fatta eccezione per McGee) e con dei potenziali quintetti che prevedono potenzialmente lo stesso James, o Kuzma, a riempire lo spot “nominale” di 5.

Un esperimento, o meglio una serie di esperimenti, che intriga e che consente allo stesso tempo di poter disfare tutto e riprovarci tra 12 mesi. Caldwell-Pope, Rondo, Stephenson, Beasley, McGee sono infatti stati firmati con contratti annuali e libereranno in estate circa 30 milioni con cui si tenterà l’affondo su un pezzo grosso da affiancare al 23. Salvo ritrovarseli in casa nel giro di pochissimi mesi visto il talento diffuso tra Ball, Ingram, Kuzma e Hart su tutti. 

Il concetto è: vista sul 2019/20, ma quando hai James sei a prescindere candidata almeno a giocarti la Finale di Conference. E, in stile Cavs lo scorso anno (che pur al netto di una Conference più debole restavano una squadra indegna), nessuno punterebbe un centesimo sul vederli ancora in gioco a maggio. Scommettiamo?

UPS: Ricordate quando l’anno scorso molti irridevano i Lakers perché spesero il promettente D’Angelo Russell per liberarsi del contrattone di Mozgov? Ebbene quella mossa ha dato ampi frutti visto che con il cap guadagnato sono riusciti a firmare il giocatore più forte del mondo. Per far si che non si senta troppo solo in mezzo ad una schiera di ragazzini sono arrivati anche Rajon Rondo, reduce da Playoffs fantastici con i Pelicans, gli eterni incompresi Beasley e Stephenson e il 2 volte campione del mondo (yesss) Javale McGee. Una grande iniezione di esperienza per una franchigia gloriosa chiamata a risollevarsi dopo anni di lotterie post ritiro di Kobe Bryant. Naturalmente i giovani Lonzo, Ingram, Kuzma e Hart sono chiamati a fare il salto di qualità che ci si aspetta da loro in un tempo relativamente breve visto che Lebron James si avvia nella fase finale della sua carriera e non avrà più di 3/4 anni di tempo per riportare l’anello in giallo viola.

DOWNS: A Los Angeles forse c’erano ben altre aspettative, forti del fatto di avere spazio salariale per almeno due top free agents. Si poteva addirittura fare di meglio viste soprattutto le numerose voci che circolavano attorno a Paul George, Kawhi Leonard (via trade)  Demarcus Cousins, ma niente di fatto.  George ha deciso di sposare il progetto Thunder, Leonard è stato spedito in esilio nel freddo Canada e Cousins è stato scartato dalla dirigenza che non ha voluto neppure tentare di offrirgli un annuale a 5 milioni come invece hanno fatto i Warriors. Mossa forse da tentare visto lo scarso ammontare dell’investimento e il potenziale ritorno futuro. Da segnalare in negativo anche la perdita in uscita da free agent di Julius Randle, giocatore versatile e fisico che avrebbe fatto molto comodo (anche eventualmente in sede di trade) ma che ha avvertito scarsa fiducia attorno a se da parte dell’ambiente lacustre e si è accasato ai Pelicans 

KEYS: Chiaramente la chiave principale per questa squadra sarà trovare le giuste rotazioni, i giusti automatismi, e una vera identità in campo. Squadra che non manca certo di talento ma che è altamente disfunzionale, e negli uomini chiave, carente di tiro da fuori. Poi si sa, è storicamente è davvero difficile far rendere al meglio un roster che gioca assieme durante il primo anno in Lega. Fondamentale sarà anche il ruolo che avrà Lebron James in campo: vero che non sembra avvertire alcuna flessione dovuta all’inesorabile tempo che scorre, ma credo sia venuto il momento per lui di iniziare a fidarsi un po’ di più dei compagni di squadra soprattutto nel lasciare loro “spazio” in fase di costruzione di gioco, giocando quindi più “off the ball” o in post basso, o come rollante. Il fisico e la qualità per farlo in maniera eccezionale ci sono, i compagni con del talento pure, quindi vedremo un Lebron più simile a quello di Miami che non a quello di Cleveland. In questo, avrà un ruolo importante anche Lonzo Ball: la sua crescita sarà un fattore determinante affinchè Lebron possa “rilassarsi” e cedere a terzi grosse fette di responsabilità. Il punto è che sembra proprio il piano di Magic: un point-center che gioca coi piedi oltre l’arco, pitturato sgombro e tantissimi giocatori abili palla in mano. Sembra follia, ma c’è una (rischiosissima) razionalità in questi Lakers.

ASPETTATIVE: è una squadra che potrebbe implodere su se stessa viste le ingombranti ed erratiche personalità, o che potrebbe rivelarsi la vera sorpresa della stagione. Non vedo come una squadra con Lebron James possa mancare i Playoffs, obiettivo minimo pressoché garantito ma quanto in là potranno andare dipende da innumerevoli fattori, primo su tutti gli accoppiamenti. Partono chiaramente dietro Warriors e Rockets e quindi difficilmente in finale di Conference ma con LeBron non esiste limite invalicabile. Soprattutto se la sua presenza facesse sbocciare il talento dei potenziali All-Star pescati negli anni al draft. La garanzia è: vi divertirete guardandoli.

MEMPHIS GRIZZLIES
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Risultato stagione 2017/18: penultimo posto Western Conference (22-60)

La rivoluzione è appena iniziata a Memphis. Dopo l’addio a Zach Randolph, Courtney Lee e Tony Allen nella scorsa estate la “potatura” è proseguita nella scorsa stagione, con l’addio di coach Fizdale, oggi ai Knicks. Le aspettative del 2017/18, tutte nei polpastrelli di Mike Conley e Marc Gasol, sono state tradite per il prematuro KO del playamaker, che ha reso l’annata Grizzlies un incubo senza fine.

A disposizione di coach Bickerstaff dal primo giorno, Conley assicura esperienza dentro e fuori dal campo e ritrovarlo sano è già un ottimo punto di partenza. Stesso dicasi per Marc Gasol, forse lasciatosi un po’ andare vista la stagione “a perdere” appena passata ma motivato, scollinato abbondantemente oltre i 30, a mettersi in mostra per un’eventuale ultima chiamata tra 12 mesi di un team da titolo. Attorno, tantissimi giovani e ovviamente la materia grezza ma finissima appena arrivata dal draft: JJ Jr.  Dillon Brooks è stato la grande sorpresa dello scorso anno, conquistandosi il posto da titolare grazie ai numerosi infortuni e mantenendolo dopo aver dimostrato costanza di rendimento e tantissimo impegno, anche e soprattutto nel fare il lavoro sporco. Dovrebbe partire ancora titolare con uno tra Kyle Anderson, Garrett Temple e MarShon Brooks a contendersi l’ultimo spot. I primi due sono nuovi arrivi, comprimari dotati di esperienza e versatilità in grado di fornire profondità alla panchina e più opzioni offensive a Bickerstaff. L’ultimo è una vecchia conoscenza del basket europeo che ha tirato su cifre impressionanti sul finire della scorsa stagione, ma dovrà confermarsi per dimostrare di non essere stato un classico “good scorer in a bad team”. Da verificare l’apporto di Wayne Selden, giovane guardia con grandi doti realizzative e potenziale interessante, ma piuttosto fragile fisicamente. A completare il gruppo l’innesto di Omri Casspi.

La mentalità resterà la Grit and Grind che contraddistingue il team da anni, ma si spera di trovare la giusta cattiveria in Mack, fresco arrivato, e Jevon Carter, rookie con attitudine difensiva importante, per proseguire su quella falsariga.

UPS: Memphis è l’unica squadra ad avere un vero è proprio asse Play-Pivot (si, sappiamo che non si dice più così) come centro assoluto della squadra. Era questo il punto da cui ripartire lo scorso anno prima che l’infortunio di Conley e il rapporto non idilliaco tra Gasol e Coach Fizdale portassero la franchigia alla stagione disastrosa poi giocata. Quest’anno si riparte allo stesso modo e l’asse Conley-Gasol può dare solidità in entrambi i lati del campo. Difensore di eccellenza e buonissimo tiratore, Mike avrà in mano le chiavi della squadra, aiutato dal centro spagnolo con le mani fatate.

DOWNS: la propensione agli infortuni, Conley su tutti, e un backcourt non profondo non aiutano la crescita della squadra. Coach Bickerstaff, con rinnovata fiducia, dovrà essere bravo nel dare la giusta impronta alla squadra, e a gestire al meglio i suoi giocatori. Il problema più grande della franchigia è sullo spazio salariale, con più di 49 milioni nelle prossime due stagioni occupati dal contratto di Chandler Parsons, ormai ombra del giocatore che era. Ad aggiungere preoccupazioni, la situazione di Gasol che potrebbe non esercitare la player option per la prossima stagione lasciando così la franchigia, visto che perdere non fa per lui, come detto già lo scorso anno.

KEYS: Le speranze dei Grizzlies passano anche da Jaren Jackson Jr, rookie di 19 anni con qualità offensive clamorose, grande tiro dall’arco, capacità di lettura eccellenti, oltre a una fisicità importante che si farà sentire sotto canestro. Dovrà giocarsi il posto da starter con Jamycheal Green, anche lui in grado di aprire il campo ma spesso afflitto da problemi a ginocchia e caviglie. I Grizzlies restano comunque tra le peggiori squadre nell’intera NBA, e trovarsi in una Conference che fa del pace, ritmo, il proprio sottostrato, non aiuta. Ad Ovest ora non c’è più spazio e occorre un cambio di mentalità.

ASPETTATIVE: puntando su un minimo di orgoglio di Conley e Gasol e sull’esplosione di JJ, squadra da 35 vittorie e 12-13esimo posto.

MINNESOTA TIMBERWOLVES
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Risultato stagione 2017/18: Ottavo posto Western Conference (47-35)

Playoff: Primo turno (lost vs Houston Rockets 1-4)

Mentre si scrive questa guida Jimmy Butler potrebbe aver 1) cambiato casacca 2) essere rimasto ma alla Kawhi 3) essere scappato senza fornire ulteriori notizie 4) essere rimasto, sorridente, tra Kat e Wiggins, dividendosi con loro il ruolo di protagonista partita dopo partita Si scherza, ma nella polveriera T’Wolves oggi è difficile restare seri. Dietro i “capricci” di KAT e Wiggins il buon Jimmy è sembrato essere arrivato vicino all’implosione, fino a meditare la fuga vera e propria con modalità tutt’altro che ortodosse. Thibodeau, dal canto suo, sembra capirne poco e soprattutto senza supporto della dirigenza, forse satura di assecondare le sue monodirezionali richieste. Un esempio? Luol Deng, tempo 1 ora dal taglio dei Lakers, era già in orbita Minnesota. E Noah, appena liberato dai Knicks, potrebbe davvero tornare dal suo mentore a dispetto delle smentite di rito. Ci sono Jimmy, c’è Rose, c’è Taj Gibson e c’è Luol Deng. Ci sono quei Bulls, e ci sono Teague, Wiggings, Karl Anthony Towns, oltre a Dieng e al rookie Josh Okogie su cui ci sono tantissime aspettative.

UPS: Sistemata la vicenda Butler, che dovrebbe avere un epilogo già dopo le primissime partite di regular season (pare che di mezzo ci siano non solo questioni tecniche ma anche un flirt con la ragazza di Towns), è ora di investire al massimo su KAT e Wiggins. Andare all-in su di loro è un rischio visto il rendimento poco continuo e i tanti passaggi a vuoto, soprattutto difensivi, ma è il normale epilogo per una franchigia che, puntando su questi due ragazzi, non può e non deve accontentarsi di un ottavo posto sbandierandolo come un anello solo per i 13 anni di assenza. Buona la presa di un tiratore come Tolliver, che riempie lo spot lasciato libero da Bjelica scappato in Europa. 

DOWNS: Allo stato è quasi impossibile pensare di ottenere la luna per Butler. Più che la valutazione del giocatore in se, che comunque non avrà guadagnato punti al pari di Kawhi in questo muro contro muro, pesa il momento della stagione e del mercato. Difficile che le corazzate smobilitino per lui. Difficile che i team a caccia di scelte sacrifichino queste ultime per un giocatore che, da solo, non fa una franchigia. La gestione della vicenda assume contorni sempre più nebulosi ed è sicuro che uno spogliatoio di pretoriani di Thibo mixati a giovani emergenti e facilmente soggetti a distrazioni finirà col reagire male a un protrarsi della telenovela. Miami, Sacramento e forse Houston le possibili destinazioni. Fate in fretta, ne va del giocattolo Minnie.

KEYS: Ai veterani il compito di tradurre ai più giovani la pallacanestro del coach, specialmente nella metà campo difensiva. Siamo ancora lontani dalla sua miglior creatura ma parliamo comunque di una squadra che, a fronte di una difesa ancora deficitaria, segna come poche altre nella Lega ed è tra le migliori per Off. Rating soprattutto con gli starters (spremuti lo scorso anno oltre il lecito da Thibo). Tyus Jones sembra pronto a spodestare Teague dal ruolo di PG titolare, Wiggins è davanti al bivio per diventare un giocatore NBA o finire nel limbo di chi poteva ma non ha voluto. Derrick Rose dovrebbe dimostrare continuità fisica e già questo sarebbe una vittoria.

La sicurezza è Karl Anthony Towns, blindato a tempo di record subito dopo la richiesta di cessione di Butler. 190 milioni di motivi per puntare su di lui, che ora ha il peso di una franchigia sulle spalle.

ASPETTATIVE: stagione che dipende da tempismo e asset ricevuti dalla probabile trade Butler. La forbice è ampia, si può andare dalle 35 alle 45 vittorie. Poi, in caso di fallimento, sarà tempo di valutazioni anche sul coach.

NEW ORLEANS PELICANS
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Derick E. Hingle-USA TODAY Sports

Risultato stagione 2017/18: sesto posto Western Conference (48-34)

Playoff: Semifinali di Conference (Lost vs Golden State Warriors 1-4)

La squadra rivelazione della scorsa stagione, senza se e senza ma. Sbattuti malamente fuori i TrailBlazers al primo turno e trovatisi davanti l’ostacolo insormontabile Golden State, dopo l’infortunio di Cousins i Pelicans non si sono abbattuti anzi, hanno compiuto un autentico miracolo. Tutto passando ovviamente per The Brow e per l’enorme crescita di Jrue Holiday, finalmente consacratosi come two-way player tra i migliori della Lega, senza dimenticarsi dell’aggiunta di Mirotic, manna dal cielo per il gioco di Davis che ha avuto lo spacing giusto per imporsi nelle sue principali caratteristiche offensive. E’Twaun Moore e Ian Clark restano giocatori di cui potersi fidare e garantiscono rendimento e impegno. Al gruppo dei miracoli, tolto Rondo, sono stati aggiunti giovani di avvenire come Julius Randle e Elfrid Payton e…lo sapete, Okafor, ancora fantasma al terzo anno di NBA e con un vissuto da far paura a cui non ha seguito una maturazione in campo. I Pelicans hanno acquisito inoltre un veterano come Jarrett Jack, che potrà aiutare soprattutto a livello mentale i suoi compagni.

UPS: la presenza del Monociglio. Avere un fenomeno come AD in squadra ti permette di avere un vantaggio sostanziale a livello offensivo contro le difese avversarie e a livello difensivo una presenza difficile da superare, essendo un lungo di una mobilità incredibile. Ben coadiuvato da Mirotic, arrivato via trade dopo l’infortunio occorso a Cousins il 26 gennaio scorso, Davis ha elevato il suo livello di gioco e ha letteralmente dominato la Lega da Febbraio in poi. Insieme ai due abbiamo visto la crescita definitiva di Jrue Holiday, una two way guard di altissimo livello, capace di sfruttare gli spazi creati dai compagni e di difendere in modo eccellente sugli esterni avversari. Ottimo supporto arriva dalla panchina con Ian Clark e E’Twaun Moore, reduci dalle migliori stagioni della loro carriera (per ora), e con il potenziale per fare ancora leggermente meglio.

DOWNS: nel contesto dell’anno precedente c’era la presenza di un play puro come Rajon Rondo e, nella prima parte di stagione, di Boogie Cousins che insieme a Davis creava un’ombra gigantesca sulle difese avversarie. Le Twin Towers con Rondo a smistare il gioco erano pressoché immarcabili. Il problema è che ora sia DMC che Rondo hanno lasciato la Louisiana durante la free agency estiva. La perdita di due giocatori di questo livello, soprattutto dopo aver trovato degli equilibri di squadra quasi eccellenti (in particolare con Rajon), può essere potenzialmente devastante. Un altro aspetto negativo da non sottovalutare sono i 25 milioni che la franchigia sborserà per Solomon Hill nei prossimi due anni, e la non presenza di un contratto a lungo termine per Davis che, cambiando agente e entrando nella scuderia di LeBron, sta iniziando le grandi manovre per la prossima estate.

KEYS: la squadra sembra aver trovato la sua personalità sotto la guida di Alvin Gentry. Una chiave importante sarà il supporto difensivo, perché una grande parte della difesa Pelicans si basa sulla capacità di AD di aiutare e rimediare agli errori dei compagni. Sarà fondamentale aumentare il livello, l’impegno e la voglia da parte di Mirotic e Randle. Quest’ultimo si è dichiarato molto entusiasta della sua nuova avventura e sembra carico e determinato a far pentire i Lakers della loro scelta. Okafor, inutile ripeterlo, potrebbe essere già alla sua ultima chiamata in NBA. Da ritrovare le spaziature con lui, Randle e Mirotic a ruotare attorno al Monociglio, ma il talento c’è. Il futuro di questa squadra passa inevitabilmente dalle mani di Anthony Davis. Tra i migliori 5 giocatori della Lega, ormai pronto a giocarsi un anello e di diritto nella lotta per l’MVP.  Forse sarà l’ultima occasione per farlo in maglia Pelicans. Aspettatevi un gioco super-offensivo della squadra.

ASPETTATIVE: Sarà molto difficile fare meglio dell’anno scorso. 5-6 posto e secondo turno di Playoff sembrano l’asticella più realistica.

OKLAHOMA CITY THUNDER
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AP Photo/Sue Ogrock

Risultato stagione 2017/2018: Quarto posto Western Conference (48-34)

Playoffs: Primo turno (Lost vs. Utah Jazz 2-4)

Finalmente, viene da dire. Finalmente Presti ha trovato il coraggio di tagliare Melo e il suo onerosissimo contratto. Il problema, per la verità, non era esclusivamente economico ma tecnico. Con Anthony in campo i Thunder, dati da molti come possibile outsider per l’anello, si erano trasformati in una squadra clamorosamente poco solida in difesa. 

Per una notizia positiva, eccone una meno bella: pronti-via Andre Roberson ha fatto di nuovo crack. Non un infortunio che lo terrà fuori per tutta la stagione ma una perdita, sembra fino a dicembre, che renderà ancora più difficile la ricerca di una perfetta alchimia difensiva di coach Donovan.

Di positivo, oltre all’uscita di Melo, c’è l’ingresso di Dennis Schroder: sarà interessante vedergli guidare la second-unit o, in alternativa, regalare diversi minuti da SG a Rusell Westbrook, in un esperimento di cui potrebbe giovare The Broodie in primis. In guardia, in contumacia Roberson, avranno minuti Abrines, Timothe Luwawu-Cabarrot e il sophomore Terrance Ferguson, un Roberson in fieri simile per caratteristiche tecniche e fisiche. Sotto canestro, con Adams, uno tra Jeremi Grant e Patrick Patterson, altra nota dolente della scorsa stagione: avrebbe dovuto e potuto aprire il campo per i Thunder ma si è trasformato in un’inutile zavorra in panchina. Grant, più atletico, sembra invece prestarsi al gioco in velocità capeggiato dal numero 0 e può offrire minuti da centro, all’occorrenza. In più c’è un Nerlens Noel ancora alla ricerca di un posto in questa Lega e sensibilmente ridimensionatosi anche economicamente visto il tracollo e la quasi uscita dai radar NBA. Puntare sulla sua voglia di riscatto è cosa buona e giusta.

UPS: La conferma di Paul George, che a inizio Luglio ha firmato un contratto di quattro anni per 137 milioni di dollari complessivi, è senza dubbio la notizia più interessante per la prossima stagione dei Thunder e, in generale, per il progetto tecnico attorno alla squadra di Russell Westbrook. Se a questo aggiungiamo la partenza di Carmelo Anthony, mai realmente inserito all’interno del contesto tecnico di OKC, piazzato in uno scambio che ha portato Dennis Schröder e Timothé Luwawu-Cabarrot alla corte di coach Donovan, abbiamo tutti gli elementi per credere a una nuova evoluzione di questo roster. Tutto graverà sulle spalle dell’ex MVP e di George, sia dal punto di vista della leadership che, soprattutto, dal punto di vista squisitamente tecnico. Le soluzioni offensive che potrebbero coinvolgere questi due talenti, anche solamente pensando a semplici pick and roll fra di loro, sono potenzialmente molto interessanti. E l’assenza di Melo, in questo particolare aspetto, potrebbe essere un grande vantaggio. Non doversi più preoccupare di coinvolgerlo a tutti i costi in attacco e di assorbire la sua “morbidezza” e passività in difesa potrebbero togliere più di un problema ai ragazzi di coach Donovan. Ma non basterà certo questo per cambiare le prospettive di una squadra che la scorsa stagione ha deluso per lunghi tratti del campionato, post season compresa. La second unit, punto estremamente dolente nel roster dello scorso anno, si è arricchita del tedesco Dennis Schröder in back court e dal talento di Nerlens Noel, sotto i tabelloni. Due parziali scommesse, al momento, che potrebbero cambiare notevolmente gli orizzonti di coach Donovan in caso di successo. Poi c’è da fare i conti col ritorno di Andre Roberson, specialista difensivo mancato terribilmente lo scorso anno. Dovesse tornare a pieno regime, i Thunder diventerebbero squadra molto pericolosa per chiunque. Non dimentichiamoci, poi, dell’immenso Steven Adams. Una certezza se ce n’è una per coach Donovan.

DOWNS: I motivi per cui questa squadra potrebbe fallire sono il risvolto della medaglia di quelli, invece, per cui potrebbe avere successo. La leadership di Westbrook e George sarà in grado di mantenere equilibrio anche nei momenti più complicati? La risposta a questa domanda sarà la chiave della prossima stagione di OKC. Il lato oscuro di Westbrook deve necessariamente limitare il suo raggio d’azione per permettere alle sue qualità indiscutibili di dominare. Una storia vecchia e già sentita ma terribilmente attuale. Un altro aspetto estremamente importante ruota attorno alla second unit e al possibile impatto dei nuovi arrivi. Schröder incasinerà tutto o diventerà l’arma segreta dei Thunder? Noel darà o meno nuova fisicità e dinamismo sotto i tabelloni? Senza poi dimenticarsi dei vari Grant, Patterson, Nader, Luwawu-Cabarrot, Felton, Diallo, Ferguson e Abrines. Sull’apporto di questi ragazzi i Thunder si giocano le reali chance di essere competitivi fino in fondo. Il secondo grosso punto interrogativo sarà il recupero di Andre Roberson. Senza di lui questa squadra si ridimensionerebbe in maniera esponenziale. Ne abbiamo avuto prova lo scorso anno in maniera inequivocabile.

KEYS: La convivenza tecnica di Russell Westbrook e Paul George. Se trovano la chiave giusta per rispettarsi (cestisticamente parlando) e completarsi, sono problemi per tutti. Se Steven Adams rappresenta una certezza, Andre Roberson potrebbe non esserlo. Il suo recupero è vitale per coach Donovan. Ultimo aspetto, la panchina. Se lo staff tecnico troverà un modo per far rendere al meglio soprattutto i nuovi e tenerli “coinvolti” (cosa non scontata quando giochi nei Thunder), allora OKC potrebbe recitare un ruolo di assoluta protagonista nella prossima stagione.

ASPETTATIVE: Semifinale di Conference, almeno. Altrimenti sarebbe l’ennesima delusione, forse sufficiente per fare valutazioni serie tra la dirigenza e tra Westbrook e PG.

PHOENIX SUNS
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Risultato stagione 2017/2018: Quindicesimo posto Western Conference
(21-61)

A dispetto delle tante critiche sul roster, questi Suns non sono malvagi. Manca, evidentemente, una point-guard, e questo ha fatto palesemente perdere il posto al GM Ryan McDonough. Questo rende il progetto tecnico monco per definizione, ma l’alternanza tra giovani di sicuro avvenire (Devin Booker, Josh Jackson, Deandre Ayton, T.J. Warren e Mikal Bridges) e i loro mentori (Chandler e Ariza su tutti, senza trascurare Ryan Anderson e il nuovo arrivato Jamal Crawford) e il puntare su un coach europeo come Kokoskov dimostra un minimo di idee: insomma, un piano sembra esserci.

UPS: non si può che rivolgere tutta l’attenzione possibile al trio di giovani potenziali (uno di loro probabilmente lo è già) All-Star a disposizione del nuovo coach Igor Kokoškov: Devin Booker, Josh Jackson e la prima scelta assoluta dell’ultimo Draft, Deandre Ayton. Se per Booker già si sono spese parole al miele, per gli altri due il percorso è appena iniziato (JJ nella stagione da rookie ha fatto vedere cose buone alternate a ovvi passaggi a vuoto) e potrebbe riservare grandi emozioni per i tifosi dei Suns negli anni a venire. Potranno già quest’anno cambiare gli orizzonti della franchigia? Difficile dirlo allo stato attuale. Gli inserimenti di Jamal Crawford, Trevor Ariza e Ryan Anderson (se mentalmente recuperato) porteranno sicuramente esperienza all’interno del roster e tante possibili soluzioni dietro l’arco (non scordiamoci nemmeno di Troy Daniels). Il vecchio Tyson Chandler farà da “chioccia” ad Ayton mentre ci si aspetta molto da T.J. Warren, uno capace, nonostante le noie fisiche, di migliorare il suo gioco ogni singola stagione da quando ha messo piede in questa Lega.

DOWNS: i Suns sono un cantiere aperto e tutte le difficoltà che incontreranno sono quelle tipiche delle franchigie che si trovano in questa situazione. Non dei veri e propri aspetti negativi, dunque, ma dei rischi dettati dal fatto che non è ancora chiara la direzione tecnica da perseguire. Il front office ha affidato il progetto a un allenatore che, seppur molto esperto ed estremamente preparato, è al debutto da head coach nella Lega più importante del mondo, primo europeo a ricoprire un ruolo del genere nella storia della NBA. Le stelle della squadra sono dei giocatori in divenire e tutto quello che saranno o meno in grado di fare potrebbe risentire delle pressioni di un ambiente che da troppo tempo vaga senza meta nei mari tempestosi della Western Conference. Tante splendide suggestioni che potrebbero condizionare, in un modo o nell’altro, la stagione dei Suns. La franchigia, comunque, si è data del tempo e questo toglierà un po’ di pressione dalle spalle dei protagonisti. Non da quelle di Booker, però. Lui vuole i Playoffs a tutti i costi.

KEYS: L’impatto di Ayton, la crescita di Jackson e, soprattutto, la leadership tecnica di Devin Booker, diventato ormai il giocatore franchigia. Se Kokoškov dovesse essere in grado di coinvolgere i giocatori da subito e far crescere le sue idee cestistiche, supportato dal talento di questi ragazzi, i Suns potrebbero finalmente mettere il primo tassello per la loro rinascita sportiva. Altrimenti sarà l’ennesima stagione d’attesa. I Playoffs mancano da più di dieci anni. Il tempo stringe.

ASPETTATIVE: migliorare lo scorso anno, avvicinarsi o centrare le 35-40 vittorie.

PORTLAND TRAIL BLAZERS
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AP Photo/Craig Mitchelldyer

Risultato stagione 2017/18: Terzo posto Western Conference (49-33)

Playoff: Primo turno Western Conference (Lost to Pelicans 0-4)

Quanto scotta la delusione della scorsa stagione. Una RS convincente e a tratti sorprendente, un cappotto clamoroso in post-season contro i Pelicans, un’occasione persa per assaggiare almeno le Semifinali di Conference che oggi, causa rientro in corsa dei Lakers, si allontanano. Si passa ovviamente per l’accoppiata Lillard-McCollum ai quali sono stati posti sufficienti supporti dalla panchina con le intelligenti firme di Nik Stauskas e Seth Curry. Evan Turner e Moe Harkless si giocano il posto di ala piccola: non proprio una scelta a 5 stelle, diciamo così. Al Farouq Aminu e Jusuf Nurkic dovrebbero completare il quintetto, con Meyers Leonard, Caleb Swanigan e Zach Collins pronti in panchina.

UPS: Il backcourt, con Dame e CJ, resta uno dei migliori della lega. Portland ha il merito di non essere andata ad intaccare il quintetto base, anche perché la scorsa stagione il problema era più nella mancanza di una second unit all’avanguardia. Puntare su una stagione di livello di Seth Curry potrebbe essersi rivelata una bella scommessa per trovare punti e impatto dalla panchina.

DOWNS: Se il quintetto è rimasto invariato, la panchina (in passato sempre troppo corta) ha perso Connaughton (ai Bucks) Ed Davis e Napier (Nets). Nick Stauskas, Moe Harkless (o Evan Turner) e i lunghi di riserva non sembrano in grado di prendere interamente per mano la squadra quando i due giocatori franchigia siedono. Si rischia così di incappare nelle stesse lacune già viste.  Olshey ha chiamato, con la 24° e 37° scelta al draft, rispettivamente Simons e Trent Jr; due guardie dotate di un buon tiro dalla distanza. Siamo certi che però saranno pronti a dare un appurato ricambio in fase offensiva? Siamo sicuri che sua provvidenza Lillard riesca ancora nell’impresa di conquistare un posto fra le prime otto e giocare una stagione da Primo Quintetto NBA? Il tempo corre e Damian potrebbe seccarsi in questo contesto tecnico senza apparenti margini di esplosione.

KEYS: La squadra non deve mentalmente ripartire dal 4-0 inflitto per mano dei Pelicans, ma piuttosto dall’incredibile terzo posto guadagnato in Regular Season, anche perché questo anno ad Ovest sarà davvero dura strappare un biglietto per i Playoff. Terry Stotts deve far leva su questo per imprimere alla squadra una mentalità diversa quando si troverà a combattere spalle al muro. Sostanzialmente i problemi che c’erano sono rimasti, ma Portland è capace, grazie ai propri piccoli, di giocare una pallacanestro veloce e a tratti spettacolare.

ASPETTATIVE: Lotteranno, presumibilmente, per uno degli ultimi spot Playoffs.

SACRAMENTO KINGS
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Record stagione 2017/18: Dodicesimo posto Western Conference (27-55)

Tankare e tankeremo! Ma tutto sommato va bene così. Una Western che non offre sbocchi per squadre nel limbo del rebuilding (i Kings ci sono già arrivati?) ti obbliga a una scelta del genere, soprattutto se riparti dopo una stagione in cui sei riuscito a piazzare George Hill e il suo contrattone altrove per fare spazio ai tanti giovani con potenziale. Tra Bogdan Bogdanovic, De’Aaron Fox, Willie Cauley Stein e Marvin Bagley III usciranno almeno un paio di giocatori solidi se, nel tanking selvaggio che potremmo vedere a Sacramento, riusciranno a emergere con un po’ di egoismo e voglia di mettersi in mostra. Le lacune difensive, soprattutto sotto canestro tra Bagley, un Randolph ormai vicino all’essere immobile e un Cauley Stein che accende e spegne, sono evidenti, ma a Joerger non verrà chiesto di vincere quanto di divertirsi e lasciare tanto, tantissimo spazio ai giovani.

UPS: la libertà. Sacramento non ha obiettivi reali, e questo permette una certa flessibilità di scelte e di modi di giocare. Il roster pieno di giovani talenti, con il solo Zach “Z-Bo” Randolph a fare da chioccia, potrà mettersi in mostra. Perderanno, ma con la possibilità di poterlo fare senza considerarlo un fallimento, perché una scelta alta al draft è l’unica cosa che resta. Il talento comunque c’è: De’Aaron Fox con un anno in più di NBA sulle spalle potrà continuare a mostrare i lampi visti la stagione precedente, avendo più palla in mano e gestendo molti più possessi. Bogdanovic, seppur giovane e attualmente infortunato, è colui che può dare esperienza al backcourt, con Justin Jackson che avrà da subito molte più responsabilità per diventare un punto di riferimento perimetrale. Tra i lunghi regna il caos, per questo parliamo solo di Harry Giles e Marvin Bagley III.  Il primo era uno dei talenti più cristallini, ma come il cristallo, è stato altrettanto fragile. Gli infortuni hanno segnato gli ultimi 2 anni della sua carriera, con pochissime partite giocate dal post High School. La speranza è che possa trovare una continuità fisica così che possa mostrare le sue ottime potenzialità.

DOWNS: stiamo parlando di una realtà che non è mai stata appetibile a livello di scelta per quanto riguarda i free agent. A Sacramento si pagano delle scelte oggettivamente sbagliate nei draft degli scorsi anni, fatte senza seguire una logica molto chiara, oltre agli effetti della trade che ha portato DMC ai Pelicans. Pesano gli oltre 11 milioni ad Iman Shumpert e a Zach Randolph almeno per quest’anno. Ultima volta ai Playoff? 2006 L’anno prossimo lo spazio salariale sarà il più ampio in NBA, ma l’appeal, già basso, scende ancora di più stagione dopo stagione.  Parlando del campo, il caos nel reparto lunghi non aiuta la gestione da parte del coach Joerger, che dovrà fare tante scelte e senza poter variare di molto il sistema di gioco.

KEYS: Bagley dovrà necessariamente essere la stella della squadra. Un atleta pazzesco, uno di quei giocatori da doppia doppia fissa per la sua straordinaria capacità di andare a rimbalzo e al ferro, con capacità offensive ottime e pochi punti deboli (un tiro da fuori poco affidabile). Tante lacune difensive, ma anche per lui c’è la libertà di poter sbagliare e imparare dai propri errori con l’esperienza e il duro lavoro.

ASPETTATIVE: Le ultime 3-4 posizioni della Western. Guai a finire più su.

SAN ANTONIO SPURS
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Risultato stagione 2017/18: Settimo posto Western Conference (47-35)

Playoff: Primo turno (lost vs Golden State Warriors 1-4)

Manu è andato, Tony ha cambiato squadra, e con loro si è eclissata definitivamente la dinastia Spurs che ha regalato grandi emozioni negli anni 2000. Dal mercato, dopo aver sbloccato la questione Kawhi, mandato comunque dove, come e in cambio di chi volevano loro e senza piegarsi al ricatto e alle riluttanze del giocatore,  è arrivato DeMar DeRozan, a fine corsa nel progetto tecnico dei Raptors che, senza troppi complimenti, lo hanno silurato proprio nella stagione in cui, partito LeBron, Toronto si sarebbe trovata uno spauracchio in meno davanti. Capitolo salute: viene da ridere a chiamarlo così, lo so. Il punto è che proprio nella stagione di lancio definitivo Dejounte Murray, pronto a prendere il comando delle operazioni senza più Parker a fargli da chioccia, si è rotto il crociato ed è out for the season. Come se non bastasse lo hanno seguito a ruota prima Lonnie Walker e poi Rudy Gay, con un problema minore ma ugualmente fastidioso visti i minuti che saranno chiaramente ridistribuiti tra gli esterni. Tra questi, peraltro, c’è di nuovo il nostro Belinelli, tornato a casa Pop dopo anni di alti e bassi e sacrificato dai Sixers nella corsa allo spazio salariale per ottenere un grosso free-agent già in questa stagione. Sotto canestro LaMarcus Aldridge e Pau Gasol divideranno i minuti con Jakob Poeltl, arrivato sottotraccia nella trade Kawhi-DeRozan ma potenziale prototipo del giocatore adatto a Popovich.

UPS:  La franchigia texana ha saputo ottenere il meglio dal peggio riguardo la dolorosa cessione forzata di Leonard. Via lui e Green gli speroni hanno acquisito un All-Star di valore ed il lungo Poeltl che sarà comodissimo nelle rotazioni. Per il ruolo di tiratore rimasto scoperto Pop ha virato verso un ritorno funzionale al proprio sistema: quello del nostro Beli. Nell’attuale selvaggio West il raggiungimento dei Playoff sembra una caotica fuga dall’inferno, ma Pop è sempre Pop, gli Spurs sono sempre gli Spurs, e ci sembra impensabile non sperare che tanta esperienza non possa valere un gettone per la ventiduesima apparizione consecutiva ai Playoff.

DOWNS: Se la situazione sembrava di per sé in salita ora sembra una maledetta scalata. In questa preseason si è partiti con l’infortunio del rookie Walker (chiamato alla numero 18, fuori fino a dicembre). Poi abbiamo assistito alla tragica rottura del crociato per Dejounte Murray, alle porte di una stagione che – dopo la partenza di Parker – lo avrebbe consacrato come nuovo playmaker degli speroni. Infine la cattiva sorte ha colpito anche Derrick White, playmaker di riserva. Al momento resta solo il veterano Patty Mills a ricoprire quello spot. Se a loro aggiungi due lunghi injury prone come Aldridge e Gasol allora la paura è tanta. Pop qualcosa inventerà, ma cascano le braccia ad assistere a cotanta sfiga.

KEYS: La voglia di riscatto di DeMar DeRozan. Sembra ci sia una particolare sintonia tra lui e il coach. L’ex Raptors ha una particolare sensibilità caratteriale ed è rimasto molto deluso della cessione subita. Sta a Popovich (abilissimo mentore) estrapolare il meglio da DeMar.

ASPETTATIVE: Primo turno di Playoff. Perchè ci vanno, ai Playoff, no?

UTAH JAZZ
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Stuart Cahill/Boston Herald

Risultato stagione 2017/18: Quinto posto Western Conference (48-34) Playoffs: Semifinale di Conference Lost vs Houston Rockets (1-4)

Si parte da 3 certezze, assolute: Quin Snyder, Donovan Mitchell e Rudy Gobert. Ed è un’ottima base per fare grandi cose anche nella Conference più dura degli ultimi anni. Da Mitchell è lecito ora attendersi una stagione diversa, passati i tempi in cui, per fargli acquisire confidenza e fargli assumere le vesti di leader offensivo del gruppo, gli è stata concessa libertà e spesso anarchia in attacco. A bilanciare le sue iniziative ci saranno Rubio e Joe Ingles, uno in versione facilitatore e l’altro, specialista, pronto a punire le maggiori attenzioni che verranno dedicate al 45. Senza dimenticarne le eccellenti doti di passatore preziosissime sui pick and roll. Gobert lo scorso anno, una volta rientrato, ha rappresentato la svolta della stagione. Si ripeterà, viste le caratteristiche fisiche che lo rendono un lungo perfettamente in grado di adattarsi al pace odierno. Con lui Derrick Favors che ai Jazz ha trovato una sua dimensione e una sua stabilità. Tra Jae Crowder e Grasyson Allen Quin Snyder ha a disposizione almeno un “cagnaccio” difensivo con la faccia tosta per infastidire le star avversarie.

UPS: Offseason abbastanza anonima e mirata per lo più a mantenere inalterato l’organico rifirmando i free agents Derrick Favors e Dante Exum a cifre ragionevoli e puntellando quindi le rotazioni con uomini di qualità. L’unico vero innesto è il rookie Grayson Allen, guardia che viene da 4 anni di Duke quindi molto più esperta e pronta di moltissimi altri rookie scelti quest’anno. Il ragazzo ha dimostrato di essere un buon tiratore da fuori e un atleta sopra la norma, inoltre è conosciuto per essere un grande competitor che non è timido nei contatti quindi può rivelarsi un’arma utile se riuscirà a guadagnarsi la fiducia di coach Snyder.

DOWNS: Non ci sono veri e propri fattori negativi relativi ai Jazz, se proprio devo trovarne uno è il totale immobilismo in una Lega che invece fa di tutto per migliorarsi, soprattutto ad Ovest. I Lakers sono saliti di livello ingaggiando LeBron James,  i Warriors si sono rinforzati acquisendo Demarcus Cousins, i Thunder recuperano Andre Roberson, i Rockets sperano che Carmelo Anthony gli faccia compiere quell’ultimo step per arrivare alle Finals. Insomma le big non sono rimaste a guardare mentre i Jazz fondamentalmente si.

KEYS: Sistema rodato, uomini rodati e testati, un anno in più d’esperienza sulla pelle di questo nucleo di giocatori, soprattutto i più giovani, si farà certamente sentire. Chiaro che il destino della franchigia passa principalmente attraverso le prestazioni di Rudy Gobert, capace di dare un’impronta difensiva alla squadra come nessun altro lungo attualmente in lega, e di Donovan Mitchell, rookie dalle incredibili capacità offensive, ma credo che Utah per compiere un salto di qualità debba necessariamente sperare nell’esplosione definitiva di un altro membro del roster. Potrebbe questo essere l’anno della consacrazione di Ricky Rubio? Talento indiscutibile ma forse troppo discontinuo sinora e con un tiro da fuori spesso inaffidabile. Oppure finalmente dopo anni di attese e di infortuni che ne hanno bloccato la crescita sarà l’anno dell’esplosione di Dante Exum? Nonostante sia passata una vita da quel Nike Hoop 2013 in cui fece innamorare tutti, il ragazzo ha ancora solamente 23 anni e un fisico virtualmente costruito per dominare l’NBA  nella sua posizione. Staremo a vedere.

ASPETTATIVE: Riusciranno i Jazz a ripetere la bellissima e sorprendente stagione precedente? Devo ammettere di essere pessimista a riguardo, come già detto molte squadre si sono rinforzate ad ovest e sebbene Utah sia un avversario quadrato e molto ostico da affrontare non li vedo in grado di migliorarsi sensibilmente e puntare a qualcosa di più di un secondo turno dei playoffs. Non mi sorprenderebbe vederli uscire già al primo turno perché per ripetere la scorsa stagione serve innanzitutto un Gobert fisicamente al 120% per tutta la stagione, cosa che gli si augura naturalmente ma che non è mai scontata per un lungo di 215 cm. Inoltre le difese inizieranno sul serio ad impostare le partite difensivamente su Mitchell, che l’anno scorso ha goduto molto del fattore sorpresa e che quest’anno potrebbe subire maggiori pressioni rispetto al passato. Vedremo se i Jazz sapranno smentirmi, non sarebbe di certo la prima volta.